Proroga del Bando Etiquo Film Project fino al 31 luglio 2017

Proroga del Bando Etiquo Film Project fino al 31 luglio 2017

L’Organizzazione, La Direzione Artistica e la Giuria Tecnica di Etiquo Film project, sono lieti di annunciare, a seguito delle numerose richieste, di prorogare la scadenza del Bando del Concorso per soggetti e sceneggiature di cortometraggio al 31 luglio 2017 .

Che cos’e Etiquo Film Project?

Si tratta di un Concorso per soggetti e sceneggiature di cortometraggio dedicato agli under 35.

Le sceneggiature dei corti o i soggetti presentati, dovranno attenersi al tema di questa edizione:
I GIOVANI E IL DENARO. ETICA, EQUITA’ ED EDUCAZIONE FINANZIARIA.

 

Sito: www.etiquofilm.it

Facebook : www.facebook.com/EtiquoFilmProject

Uff.stampa e Comunicazione :  Alessandra Izzo – izzocomunicazione@gmail.com- 335.6882776

Cinema & cinema

Cinema & cinema

Il Cinema è un vero e proprio linguaggio, con il suo lessico, la semiotica, la lettura del film; un linguaggio settoriale, specialistico, ed anche esoterico, a cui fanno ricorso la critica, la teoria cinematografica e tutti coloro che hanno assunto il cinema come oggetto di studio e di analisi.

Il linguaggio in uso si è progressivamente infittito, oltre alle abituali espressioni più o meno tecniche, specialistiche o sofisticate, di riferimenti continui ad aree disciplinari diverse dal cinema in senso stretto. La strumentazione concettuale e lessicale si è notevolmente arricchita, allargata e, inevitabilmente, complicata.

Uno scontro culturale vi fu tra l’ipotesi di agire sulla modificazione delle condizioni di ricezione del messaggio e quella di agire direttamente sulla produzione di nuovi tipi di messaggio.
Purtroppo le due tesi di processo furono viste come oppositive, anziché come due momenti dialettici, e fu la seconda a raccogliere consensi più ampi, dunque a configurarsi come la più praticabile via per una rivoluzione nel campo della percezione e dell’informazione audiovisiva.

Oggi persiste una situazione oggettiva di mancata socializzazione del sapere, e ciò non ostante internet; una situazione che deve essere radicalmente mutata attraverso un progetto complessivo di politica culturale che investa direttamente e globalmente i luoghi e le forme di produzione, distribuzione e fruizione del sapere.

C’è però una tendenza di un’effettiva penetrazione nel mondo delle scuole della problematica relativa alle forme e alle strutture della produzione testuale audiovisiva, e la domanda in questa direzione è sicuramente alta.

Sono sempre più coloro che si dedicano allo studio e all’analisi del cinema con intenti specialistici: dallo studente dell’ultimo anno delle scuole medie superiori, a quello dei primi anni di università, come pure l’insegnante, l’operatore culturale e tutti coloro che per ragioni di lavoro o di studio, in un progetto di barthesiana ricerca di “conoscenza in sé deliziosa”, sono interessati ad un’assimilazione delle tecniche di costruzione-decostruzione del discorso filmico, ad una presa di coscienza dei problemi che l’analisi del cinema ha posto e pone.

Il linguaggio cinematografico è costituito dall’insieme dei codici specifici, anche se la nozione di “codice” solleva grandi resistenze in relazione alle diverse accezioni che il termine possiede (regola, legge, ecc.) e al desiderio di salvaguardare il carattere spontaneo della creazione, in genere ribelle ad ogni tentativo di analisi.

Il “codice” è uno strumento, atteso che c’è anche una strumentalità interna all’arte, ma la scrittura filmica è un’istanza che lavora in rapporto ai codici, che si costruisce in larga misura lavorando contro gli stessi, perciò si distingue la scrittura filmica dal linguaggio cinematografico.

Ogni film è un lavoro collettivo, non è mai l’opera di una sola persona, in quanto implica molteplici collaborazioni e un’elaborata lavorazione. E’ raro che un regista possegga contemporaneamente anche le capacità di uno sceneggiatore, operatore, attore, montatore, tecnico del suono… e sembra finito il tempo in cui, dei titoli di testa, il pubblico tenga a mente solo il nome degli attori.

Era certamente comodo assimilare tutti i film di uno stesso cineasta nel concetto di Opera, quasi a non significare né il cinema né il film, ma ciò che caratterizzava era la fedeltà dell’autore a se stesso. Per la maggior parte dei critici era la rappresentazione di una visione del mondo, di una filosofia, di tutto ciò che per certi versi ancora oggi ci si compiace di richiamare: i temi, le ossessioni, cioè le idee di un cineasta, come ad esempio Antonioni e l’incomunicabilità, Renoir e la gioia di vivere, Bergman e l’angoscia della morte e la ricerca disperata di Dio, Donen e la commedia musicale, Hitchcock e una certa forma di poliziesco.

In altre parole, oggi la critica rifiuta il cineasta detentore del senso; al contrario cerca di cogliere il paradosso di un autore che non è padrone esclusivo del suo film; non soltanto egli non possiede il senso di ciò che fa, ma la sua opera si carica di sensi diversi che non aveva previsti né controllati.

Al cinema, come in letteratura, il destinatario dell’opera – colui che legge e guarda un film – contribuisce alla produzione dell’opera. L’autore dunque non è che il punto di partenza della produzione di senso, della catena di significanti che lo trascende, e di cui egli non è in grado di tenere ambedue le estremità. Del resto, parlare dell’opera di un cineasta equivale a sottintendere questa nozione di successione indefinita, di catena senza fine, di continua ricerca. In tal modo, spettatore e critica non costituiscono un procedimento simmetrico a quello dell’autore, ma prolungano la creazione e segnalano che la creazione non è mai finita e che essa è opera di tutti.

“Mi piacerebbe poter nuovamente stendermi sul divano che c’era nella sala da pranzo di mia nonna. Ascolterei suonare le nove dalla vecchia torre del castello e guarderei le ombre disegnate sul soffitto dai riverberi attraverso i ricami delle tende”

Questo sogno di Bergman ci riporta alle origini del cinema. La sala di cui egli parla evoca la camera oscura. Si trattava di una scatola senza alcun’altra apertura che un minuscolo buco in una delle sue pareti. Sulla parete opposta si formava la riproduzione esatta, ma invertita, di ciò che si poteva vedere al di fuori. La camera oscura non è altro che un modello dell’occhio.
La sua invenzione si perde – è il caso di dirlo – nella notte dei tempi. Platone la suggerisce nel suo famoso “mito della caverna” ( a proposito invito a vedere questo straordinario video con musica di Leonard Cohen: https://www.youtube.com/watch?v=4iC9icYmZfI ).

La camera oscura era senza dubbio conosciuta dagli Egizi nel IV secolo a.C. e anche dai Romani.
Il monaco Ruggero Bacone, nel XIII secolo, descrive il suo funzionamento; ma fu Leonardo da Vinci che la rese celebre. L’avvento della camera oscura nella nostra storia coincide con la generalizzazione della prospettiva in pittura e con il folgorante progresso dell’ottica. A partire dal Quattrocento, l’ottica geometrica comincia a diventare il modello delle scienze.
L’occhio è al centro delle conoscenze. Le metafore visive, come ha notato Nietzsche, abbondano nella filosofia dal Quattrocento all’Ottocento. Gli stessi Marx e Freud fanno ricorso alla metafora della camera oscura. Per Marx essa illustra l’ideologia, l’immagine rovesciata dei processi reali; per Freud essa esprime la fase inconscia dei processi psicologici.

La camera oscura diventerà lanterna magica, poi apparecchio fotografico, infine cinepresa.
E’ importante comprendere che queste scoperte successive provengono da una stessa fonte.
Dal Rinascimento in poi l’uomo occidentale è visivo. Il pensiero si struttura non più a partire dal corpo, ma a partire dall’occhio soltanto. Leonardo da Vinci appare come colui che meglio ha rivelato questo uomo visivo. Leonardo da Vinci è il vero inventore del cinema..
Appassionato a un tempo di ottica e di meccanica, egli è precursore della “società dello spettacolo”.
Con lui l’uomo occidentale cessa di toccare, di stringere le cose, immerso nel loro vortice di vita.
Le vede, se le rappresenta, le fissa e le pensa.

Dalla balestra ai razzi, passando per la cinepresa, l’uomo occidentale devia la sua libido, la proietta in uno spazio infinito, nel vuoto di uno schermo immaginario, in un cielo inaccessibile, Pierrot sovrano, Icaro imperialista, ha bisogno dell’intero universo per rimuovere il suo corpo.

In altri termini, si trattava di tradurre l’esperienza dei nostri sensi – ciò che tasta, ascolta, ecc. -, giudicata troppo rozza, in un linguaggio visivo. Si tratta di fissare, di trattenere, di conservare traccia dei movimenti più sottili, più sfuggenti della vita. Come non raffrontare questa impresa con quella di Leonardo da Vinci che notava nei suoi appunti: “Li pittori spesso cadono in disperazione …vedendo le loro pitture non avere quel rilievo e quella vivacità che hanno le cose vedute nello specchio”. Leonardo voleva produrre non soltanto immagine animate, ma un oggetto che potesse volare. L’invenzione simultanea dell’aeroplano e del cinema alla fine dell’Ottocento, sarà la conclusione tardiva di questo progetto grandioso.

L’invenzione relativamente recente del cinema, l’inadeguatezza della teoria, la forte pregnanza dell’analogia e la differenza qualitativa apparente tra questo mezzo di espressione e gli altri, hanno a lungo permesso che si pensasse al cinema come ad una nuova lingua, libera da qualsiasi influenza precedente, in grado di utilizzare mezzi propri e, infine, talmente semplice da non poter dirne nient’altro che era l’arte del movimento. Ma si avvertiva, da vari tentativi, che non tutto era così semplice e così cinematografico: non si contano più gli accostamenti fatti tra il cinema e il teatro, o il romanzo, o la pittura. Ma finora questa volontà di comprendere globalmente e rapidamente fenomeni tanto complessi come queste differenti forme di espressione, ha portato solo a miseri risultati e a confronti sbilenchi.

Da qualche tempo a questa parte, il progredire delle ricerche teoriche, tanto in linguistica che in semiologia della pittura o del cinema, per esempio, permette di sostenere non soltanto che il cinema non è, contrariamente a quanto si sia potuto affermare, un linguaggio senza codice, ma che i testi filmici sono intrecci strutturali di una moltitudine di codici. E, tra questi codici, una parte soltanto può essere detta propriamente cinematografica, ovvero i codici specifici che appartengono solo al cinema, mentre i rimanenti codici sono di fatto non specifici, vale a dire che si possono rinvenire in altri linguaggi oltre che nel cinema.

Il linguaggio cinematografico, come altri che sono molto particolari, non è tenuto a funzionare in un campo ben delimitato. Non conosce settori di senso che esso non possa investire o da cui non possa essere investito. In questo appartiene ai linguaggi “ricchi” come la letteratura, il teatro, ecc., che sono proteiformi e ai quali niente di ciò che costituisce la vita culturale e sociale è estraneo.
Il cinema può infatti, a priori, dire tutto, resta aperto a tutti i simbolismi, a tutti i problemi e a tutte le mode del momento, a tutte le ideologie, così come resta aperto a tutte le correnti artistiche e a tutte le invenzioni dei cineasti.

Questa apertura a tutto ciò, che a rigor di termini non è cinematografico, è tanto più grande quanto più abbondante è la produzione di film, e quanto più essa deve essere alimentata, e il cinema deve sempre fornire l’immagine di essere in presa diretta sulla realtà contemporanea.

Paradossalmente il cinema implica il massimo dei codici che vengono ad aggiungersi ai suoi propri, tanto che sembra che non ne usi. La credenza nella “verità” e nella “naturalità” dello spettacolo cinematografico dipende appunto da questo.

A tutti, una Buona Pasqua 2017 ! Marzo Vitale*

* Questo mio testo è ampiamente tratto da un libro diffusamente letto da molti degli appassionati di cinema, già in uso tra gli studenti di cinema e teatro a cavallo degli anni ‘70 e ‘80: “Attraverso il Cinema”, con presentazione di Christian Metz e cura dell’edizione italiana di Antonio Costa, volume III della biblioteca cinema per l’edizione di Longanesi & C.

La nuova produzione di valore che amplia e civilizza il mercato

La nuova produzione di valore che amplia e civilizza il mercato

Si stanno spontaneamente ridisegnando le organizzazioni dalle fondamenta. I bisogni assumono una natura sempre più personalizzata e sempre meno intermediata dai corpi sociali tradizionali. Gli amministratori pubblici vengono sempre più stimolati all’uso, anche sperimentale, di forme sempre più aperte di impresa sociale, di cittadinanza attiva che dà vita a un ecosistema di risorse utili, promuovendo nuova imprenditorialità diffusa e sostenibile.

Nuovi meccanismi di generazione di valore che tendono a ricombinare sociale ed economico, senza separarlo. Nuovi servizi alla persona, nuova manifattura e nuove tecnologie. Imprese ibride polifunzionali a pluralità di obiettivi. Persone con ruoli sempre più ibridi tra produttore, consumatore e finanziatore. Tecnologie non più solamente supporti, ma parte dell’umano e della sua dimensione relazionale.

La conferma del valore autenticamente sociale di molte imprese ibride viene dai giovani. Servono infatti occhi nuovi per leggere l’innovazione che si manifesta. Una recente ricerca sui giovani negli Stati Uniti (i millennials) evidenzia come sia proprio la pluralità di obiettivi il fine dell’impresa a cui guardano. Così anche in Italia dove i dati delle Camere di commercio dicono che le imprese fondate dagli under 35 veleggiano verso un milione e crescono a ritmi più elevati della media, con un minor tasso di chiusura.

Vi è anche il crescente orientamento della Pubblica Amministrazione a premiare forme organizzative in cui efficienza e dimensionamento si accompagnano a capacità di co-progettualità e co-investimento, facendo leva su meccanismi, tipicamente ibridi, di partnership pubblico-privata. E, ancora, va osservata la forza trasformatrice esercitata da un numero crescente di imprese “for profit” che costruiscono la propria competitività dentro il perimetro del valore condiviso, inteso nella sua valenza comunitaria, coesiva e collaborativa.

Si tratta di qualche centinaio di startup innovative che comunque crescono velocemente e soprattutto poggiano su popolazioni organizzative più ampie, come le oltre 8mila ‘imprese coesive’ censite da fondazione Symbola. Si tratta di piccole e medie imprese for profit attive nei settori di eccellenza del made in Italy (manifatturiero, agroalimentare) che performano meglio in termini di fatturato, occupazione, internazionalizzazione, … perché investono non solo in innovazione tecnologica, ma anche sulla coesione sociale e sulla valorizzazione di risorse ‘di luogo’ (attrattori culturali, competenze diffuse, relazioni con la società civile) rendendole parte integrante della loro catena di produzione del valore.

Piccoli numeri, ma significativi di tendenza, comunque a fronte di un tessuto di 15mila imprese sociali di origine non profit. Il non profit è fatto anche da 6 milioni di volontari, con al loro fianco un milione di lavoratori retribuiti, e vive di contributi pubblici e privati, ma muovendo entrate per 70 miliardi di euro – un po’ di furbastri italioti nel mezzo, ma non è un fascio da fare in tal senso – con il 20% di entrate che avviene attraverso scambi di mercato con famiglie, cittadini, imprese, altre organizzazioni non lucrative.
Infine, il non profit eroga i suoi servizi a soci di associazioni, organizzazioni di volontariato e cooperative sociali, ma con consistenti eccezioni, considerando che sono oltre 20 milioni gli ‘utenti disagiati’ (persone malate, povere, disabili, immigrate, ecc.) che usufruiscono delle loro attività senza alcun vincolo associativo.

Il tema dell’identità emerge non per via statutaria, ma sempre di più per l’impatto che deriva dalla gestione di concrete attività. Questo è indice di un elevato grado di cambiamento, che procede sia per spinte interne sia per effetto di trasformazioni della società, di cui il Terzo settore è parte integrante. Terzo settore identifica quegli enti e quelle imprese che operano e si collocano in settori non riconducibili né al Mercato né allo Stato. Una realtà sociale, economica e culturale in continua evoluzione, che ha trovato nella Legge 106 del 6 giugno 2016 una sua definizione giuridica.

Nella periferia est della smart city milanese, in via Cavriana, si trova una cascina dedicata a Sant’Ambrogio, il patrono di Milano. A gestirla è un’associazione, CasciNet – impresa sociale a responsabilità limitata che, come recita la dichiarazione di missione, si occupa di «studiare, tutelare e valorizzare l’identità storica, artistica e ambientale di Cascina Sant’Ambrogio» – alla quale il Comune di Milano ha firmato un contratto trentennale di affittanza agricola, ovvero a quel gruppo di giovani che negli ultimi tre anni hanno trasformato la Sant’Ambrogio in un “hub” di innovazione che oggi riesce a coinvolgere 1600 persone.

Fin qui nulla di strano, finché non ci si addentra nelle attività dell’associazione. Da lì in poi tutto si fa più ‘ibrido’ ed è proprio da questa ricombinazione di valori che nascono nuove forme di organizzazione di impresa a finalità sociale. CasciNet infatti ha trasformato gli spazi della cascina in «hub multiservizi di innovazione agricola, culturale e sociale» dove si trova uno spazio di coworking, un incubatore di imprese, laboratori di restauro, una foresta commestibile fruita e cogestita, servizi sociali per persone escluse e l’immancabile eventologia cultural-ricreativa milanese. Troppe cose – e pure diverse – per un’associazione che per di più ha siglato l’accordo con il Comune di Milano impegnandosi a «garantire 190.000 euro tra investimenti obbligatori e facoltativi nella manutenzione straordinaria per il recupero della Cascina».

Milano sta diventando un punto di riferimento per l’agricoltura urbana e la riqualificazione dei terreni agricoli: non più periferie lontane e abbandonate, ma nuovi centri di vita cittadina ed occasioni di sviluppo economico e culturale. (Fonte MILANO TODAY)

Sorprendente è la lettura di un testo pubblicato dalla Camera di Commercio Milano, che qui abbiamo cercato di riassumere per infine concludere.

Il cliente/consumatore sta diventando sempre più consapevole del proprio potere nel mercato economico e quindi non è più un fruitore passivo di ciò che il mercato ha scelto per lui, ma è lui stesso che con i suoi bisogni determina la scelta delle aziende e, quindi, del mercato. Il consumatore, oggi, ha il potere di determinare il vero successo di un prodotto, di un’azienda piuttosto che di un’altra. Le esigenze sono cambiate; non è più sufficiente presentare un prodotto semplicemente intervenendo su aspetti puramente esteriori, come una confezione più gradevole, o la possibilità di un premio o, ancora, attraverso una pubblicità più incisiva. Senza dubbio questi fattori hanno ancora una loro valenza, ma devono essere un supporto alla qualità del prodotto stesso, al rapporto qualità/prezzo e al rispetto di una serie di garanzie etiche.

Le garanzie etiche sono, sicuramente, di varia natura e vanno dalla scelta delle materie prime, che devono essere descritte in maniera chiara, fino ad arrivare alle certificazioni di qualità relative al rispetto dell’ambiente ma anche dell’individuo. Quest’ultimo elemento è di grande attualità in quanto si propone di salvaguardare le categorie sociali a rischio, e quindi di salvaguardare i minori e tutti coloro i quali dovessero essere costretti ad accettare ritmi e situazioni lavorative in genere di sfruttamento, per la necessità di sopravvivere. C’è, quindi, una maggiore attenzione al rispetto di valori che riguardano sia l’individuo sia l’ambiente, messo sempre più in difficoltà da polveri e solventi che invadono liberamente l’aria, il mare, i fiumi e il territorio in genere. Il percorso che ha determinato questa situazione non è stato né automatico né semplice. Si va, in ogni modo, verso una nuova organizzazione della vita e del lavoro dell’uomo che, questa volta, si trova a dover affrontare problemi che, ancora oggi, appaiono di non facile soluzione.

Capitalismo, catena di montaggio, disumanizzazione del lavoro, alienazione ne sono un esempio. Tanto è stato scritto su queste problematiche, e tante sono state le soluzioni proposte. Come mai, allora, ancora oggi, in un’epoca in cui si può disporre di una tecnologia all’avanguardia e di tante conoscenze sulla natura dell’uomo e malgrado queste nuove necessità imposte dal mercato, ci troviamo ad affrontare i problemi legati ad una crescita economica e tecnologica così lontana dall’uomo, così lontana dai bisogni non-materiali dell’individuo?

Perché l’economia possa essere il fulcro di un progetto etico, è necessario che si fondi su basi morali. Il mondo degli affari può essere considerato la fabbrica per eccellenza di immoralità, interesse ed egoismo, anche perché non ha ancora assimilato nel modo giusto l’idea di economicità e questo ha determinato il verificarsi di condizioni lavorative al di là dell’umanamente accettabile. La rivoluzione industriale ha aperto questo vaso di Pandora e tutti i mali hanno trovato fertile terreno nelle debolezze dell’uomo. Solo la consapevolezza di un percorso etico può eliminare l’immoralità e il disordine e determinare una crescita non più individuale, ma della comunità, sia essa la famiglia, lo Stato, la grande impresa o la piccola impresa.

Sembra fin troppo banale ma, in realtà, questo è un percorso faticoso e richiede grandi sacrifici da parte di tutti. L’uomo, infatti, non ha in sé il concetto di altruismo, per cui è necessario un grande esercizio che possa avvicinare l’uomo all’uomo, insegnando che rinunciare a qualcosa per il bene del nostro prossimo, può determinare in senso economico una maggiore ricchezza. L’uomo deve imparare a sacrificare parte del suo utile al bene comune, proprio come sosteneva l’idea rousseauniana di condivisione.

Questo concetto o ideale dovrebbe essere applicato anche in economia, soprattutto in un momento in cui la povertà aumenta non solo come povertà del singolo, ma anche come povertà di Paesi detti appunto del Terzo Mondo. Un Terzo Mondo dimenticato e sfruttato nel passato e, per certi aspetti, anche oggi, nonostante le popolazioni guardino all’Occidente civilizzato ed industrializzato come ad una via di salvezza, di fuga da una vita di miseria.

Il pluralismo etnico del nostro secolo non ha subito, come naturale conseguenza, i cambiamenti necessari per porre in equilibrio i nuovi elementi che sono entrati a far parte del panorama economico ed umano. Per troppo tempo si è pensato di sfruttare il lavoro dei più deboli, impoverendoli culturalmente, spiritualmente e arraffando dai loro territori le materie prime necessarie a nutrire una cultura capitalistica ed utilitaristica difficile da debellare.

Così, ciò che dovrebbe essere cristianamente normale, naturale nel rapporto tra gli uomini, e cioè l’aiuto reciproco sia da un punto di vista spirituale che economico, è, al contrario, innaturale; per cui è necessario non solo educare l’uomo a tale condivisione, ma determinare le condizioni che gli permettano di esercitare ciò che ha appreso, giorno per giorno.

Non si chiede, certamente, all’imprenditore di travestirsi da santo o da buon samaritano, semplicemente gli si chiede una grande umanità, senso del rispetto verso il prossimo chiunque esso sia, di guardare a se stesso come parte di un tutto. Bisognerebbe riscoprire il piacere dell’umiltà intesa come porta per far entrare gli altri e per poter condividere le loro idee, imparare qualcosa di nuovo e di utile e insegnare anche qualcosa.

In campo economico, dove tutto è ancora segnato dal tempo, dall’utile, dal profitto, permettere al lavoratore condizioni lavorative migliori, anche da un punto di vista economico, equivarrebbe sicuramente ad una crescita economica per tutte le parti che sono coinvolte in questo difficile meccanismo. In quest’ottica, sarebbe sicuramente utile predisporre dei luoghi e stabilire dei momenti di incontro delle parti per scambiare le diverse idee su uno stesso percorso, oppure per affrontare serenamente problematiche interne all’azienda.

Concludiamo così: Siamo tra noi legati e solo apparentemente divisi; abbiamo il dovere di far comprendere l’umana solidarietà, non come un presupposto mistico, ma come una legge benefica e utile a tutti.
C’è chi sa “cosa”, ma non sa “come”, e c’è chi sa “come”, ma non sa “cosa”; c’è chi “vede” i problemi della nostra civiltà, ma non sa come agire per risolverli praticamente, e c’è chi “agisce ciecamente”, creando e alimentando a sua volta tali problemi.
Viva la libera impresa ed iniziativa, politica e sociale, ma è essenziale ad un generale riassetto e allo sviluppo economico e sociale, che ogni processo e possesso venga certificato, dunque come notificato alla comunità, oltre quanto sino ad oggi viene fatto a proposito.
Internet consente oggi di muovere in un contesto partecipato, tra tutto ciò che concorre alla determinazione di un equilibrio possibile e compatibile, in costanza di progresso.

Marzo Vitale

 

L’economia criminale

L’economia criminale

Impenetrabile ed in costante e quasi esponenziale progresso, l’economia criminale è già da tempo diventata il motore dell’espansione capitalista, favorendo l’esplosione di un mercato finanziario fuori legge, foraggiato dagli ingenti profitti della grande criminalità, che circola senza controllo da un capo all’altro del mondo.

Denaro sporco riciclato che prospera nella crisi di sistema e si abbandona impunito al saccheggio della cosa pubblica. Governi, mafie e società transnazionali sono come soci in affari a causa dei percorsi obbligati degli intrecci della grande finanza e della necessità di creazione dei fondi neri per le indicibili operazioni di scacchiere internazionale.

Un vecchio film americano, del quale non ricordo il titolo, ma trasmesso in TV in una recente scorsa notte, prefigurava il 7-8 % delle somme del narcotraffico a favore della CIA, che evidentemente garantiva il canale di penetrazione e distribuzione delle droghe, al fine di dotarsi di cospicui fondi neri necessari alle sue operazioni di intervento sugli scenari segreti della guerra internazionale.

Noi non possiamo certo affermare questo, ma ciò ci dà l’idea di quali e quante storie si possano raccontare su questo filone dell’economia criminale.

Una cosa però la possiamo affermare. Da troppo tempo il proibizionismo sta generando un’economia sotterranea della droga che funziona in perfetta simbiosi con il circuito economico legale, al punto da poter dire, senza tema di smentita, che il proibizionismo è un crimine contro l’umanità.

Alla “tolleranza zero”, raccomandata un po’ ovunque contro la piccola delinquenza del precariato e della disoccupazione, fa da contraltare la “repressione zero” contro la grande criminalità finanziaria, che se i governi veramente ne avessero l’intenzione, potrebbero metterla in condizione di non nuocere nello spazio di una sola giornata.

Operazioni di facciata, di tanto in tanto lanciate contro i paradisi bancari e fiscali in piena espansione, per gettare fumo negli occhi e dare l’illusione che li si sta combattendo, anche sistematicamente messe in luce dagli “scandali” che incidentalmente coinvolgono, in un paese o in un altro, un’impresa o una banca, un dirigente o un partito politico, un cartello o una mafia.

Una massa di transazioni delittuose viene fatta passare per disfunzione accidentale dell’economia e della democrazia liberale, come un qualcosa che in ogni caso una buona azione di governo è sempre in grado di riassorbire, come qualcosa di fisiologico, una sorta di prezzo da pagare per garantire libertà e democrazia – ohibò – come se la realtà non fosse un sistema coerente legato all’espansione del capitalismo moderno, basato sul sodalizio fra governi, imprese transnazionali e mafie, dove gli affari sono affari e la criminalità finanziaria altro non è che un mercato dove vige la legge della domanda e dell’offerta.

Business as usual. Le grandi organizzazioni criminali devono necessariamente avvalersi della complicità degli ambienti affaristici e del “laissez faire” del potere politico per poter far fruttare, mediante il riciclaggio, gli eccezionali profitti della loro attività.

Non è questo il contenitore dove si può sviluppare un tema di questa natura e portata, ma potrà forse essere utile dire che in Italia l’economia criminale viene stimata oltre il 10% del Prodotto Interno Lordo, che ammonta a 1.700 miliardi di euro, con un debito pubblico di 2.400 miliardi di euro.

Questo tema, qui genericamente trattato, implica tutta una serie di risvolti che per la loro attualità sarebbe molto interessante sviluppare all’interno di una sceneggiatura, anche solo raccontando una comune storia di persone coinvolte a margine di questo fenomeno.

Marzo Vitale

Il gioco dell’incertezza

Il gioco dell’incertezza

Viviamo un tempo di “fragilità creativa” ed il virtuale ci nega ogni identità, dice il filosofo francese Jean Baudrillard.

In una intervista, Enrico Baj domanda al filosofo francese: “Nel tuo ultimo libro ribadisci il concetto che questa società aleatoria e dissipatoria è dominata dal principio di incertezza. Ma si tratterebbe di una incertezza creativa, quindi positiva.

Baudrillard risponde: “Vi è una situazione instabile che può essere sfruttata, non dico in termini positivi, non amando io questo aggettivo, ma per fini poetici, singolari. Voglio dire che la stessa situazione, l’incertezza, può essere angosciante, ma può anche essere esaltante, a condizione di farne un gioco e di fare quindi del principio di incertezza una regola, la regola del gioco. Non si tratta necessariamente di gioco ludico, né tanto meno di videogiochi. Alludo piuttosto a un principio di gioco arbitrario, pur tuttavia disciplinato da una regola, quindi arbitrario, ma non aleatorio. Il gioco degli scacchi, i giochi di denaro, possono anche essere arbitrari e aleatori, eppure contengono anche la regola. Una regola dico, non una legge”.

Io vorrei qui suggerire un gioco che aiuta a scaldare “i motori” dello sceneggiatore e filmmaker. Proviamo dunque così:
– Si stabilisce una parola di partenza, “Etiquo” nel nostro caso, e si fanno derivare cinque altre parole tra quelle che nell’immediatezza ci giungono in mente, senza pensarci.
Ad esempio, da “Etiquo” possono sorgere, anche impropriamente, parole come “soldi”, giustizia”, “legalità”, “sociale”, “film”. Così, analogamente, da ognuna delle cinque nuove parole farne derivare ancora due per ognuna di queste.

Ed allora, ad esempio, da “soldi” penso, dico e scrivo “tecnologia” e “soggetto”; da “giustizia” mi viene “Legge” e “trasgressione”; da “legalità” mi spuntano di getto in mente “percorso” e “tangente”; da “sociale” chissà mai perché mi viene “bisogno” e “collettivo”; infine da “film” viene “progetto” e “finanza”.

Avremo così 16 parole che riassumeremo: Etiquo, soldi, giustizia, legalità, sociale, film, tecnologia, soggetto, legge, trasgressione, percorso, tangente, bisogno, collettivo, progetto, finanza.

A questo punto dobbiamo scrivere una storia, una frase che rincorra un senso, usando esclusivamente le 16 parole con l’aiuto esclusivo di articoli, congiunzioni, punteggiatura ed al massimo “è” o “ha” o “non” o “ma”.

Proviamo:
– La tecnologia non ha bisogno di un soggetto e progetto sociale e collettivo, ma di un percorso tangente di legge, soldi e finanza. “Etiquo film” è trasgressione, ma non di giustizia e legalità.

Ecco, anche se potrebbe sembrare come preparato ad hoc, giuro a tutti coloro che mi leggono che l’ho scritto come m’è venuto al momento, ed anzi ora provo pure a dare un altro senso con le stesse parole:
– Un film è un percorso di trasgressione, un progetto collettivo e socialeetiquo”, tangente la legge, i soldi e la finanza, che ha bisogno di soggetto e tecnologia, giustizia e legalità.

Assicuro che si tratta di un esercizio di creatività, spesso necessario per trovare lo spunto adatto.

È necessario cambiare, vivere in misura che ci trasforma, per essere creativi.

Friedrich Nietzsche diceva degli individui moderni “Quelli cambiano, cambiano continuamente, ma non diventano mai niente”. Questo cambiare senza divenire è il mondo del virtuale. È la possibilità di adottare tutte le forme che è specifica di un certo lavoro sul computer e che costituisce una sorta di morfismo. E il morfismo in questo continuo cambiamento formale è esattamente il contrario del concetto di metamorfosi.

Un altro simpatico esercizio è quello di fare – con un gruppo di amici, magari in una festa, perché è molto divertente per gli sviluppi che assume – una sorta di racconta una storia breve e riportala.

Ed allora: supponiamo di stare con una decina di amici; uno si assume il compito di raccontare la storia ad uno solo di questi, mentre gli altri stanno fuori dalla porta di una stanza e non sentono.

Ad esempio si racconta di un tizio che afferma che l’arte contemporanea è un complotto dove il nulla è solo un bluff, e le gallerie e i collezionisti speculano sul senso di colpa del pubblico; ma potrebbe pure essere il racconto di Maria, romana di Trastevere, che è andata in campagna a vendemmiare ed ha portato con sé i libri di Matemagica e Matemitica, dicendo a tutti quelli che incontrava “te levi o t’elevi”, …insomma, per dire di qualsiasi assurdo, ma anche un fatto di cronaca vera va bene come qualsiasi altra storia.

A questo punto chi ha ascoltato la storia la deve raccontare ad uno degli amici che si fa entrare, e così quest’ultimo farà con il successivo, che a sua volta … …fino a quando l’ultimo che entra racconterà a tutti la storia che ha udito raccontare.

Già il terzo o quarto racconterà una storia stravolta, mentre l’ultimo si troverà a raccontare una storia del tutto differente da quella originale. Ci saranno occasioni ilari e divertenti; in taluni racconti vi si troverà lo spunto creativo, ma soprattutto questo gioco avrà insegnato a diffidare dei racconti riportati e per sentito dire.

Chiudo ricordando che è la televisione che ci guarda, è il libro che ci legge, ed è l’immagine che ci osserva. Su questa base io vorrei che ognuno di VOI si facesse Cinema, e con questo linguaggio riuscisse a raccontare il flusso generazionale di inizio del terzo millennio; ma soprattutto voglio concludere come ho iniziato con Jean Baudrillard:

– “La scrittura automatica virtuale, nei termini delle nuove tecnologie virtuali e informatiche, significa la tentazione di produrre un mondo che si svolge da solo. A questo punto è la tecnologia che marcia da sola, è la scrittura automatica della tecnica che marcia senza soggetto. È quello che avviene nel virtuale: non c’è più soggetto, è il calcolo che funziona da solo, è il numero, è la sintesi logico-matematica, è un’autoproduzione di un sistema che gira su stesso in modo tautologico”.

Di Marzo Vitale

Giovani e denaro

Giovani e denaro

Parliamo dunque di giovani e di denaro prestando particolare attenzione alla fascia di età tra i 18 e i 35 anni, che è l’età che consente di partecipare ad Etiquo Film Project.

“Di tutto conosciamo il prezzo, di niente il valore”, scriveva Friedrich Nietzsche.
Di certo occorre difendere la propria identità, sia come individui che come gruppi, in un tempo in cui non esiste una piramide sociale e men che meno l’ascensore sociale.

Un tempo si parlava di rapporti di classe, di organizzazione del lavoro, di democrazia e socialismo, di “welfare state”, di modernizzazione o integrazione delle regioni sottosviluppate. Ma oggi questa animazione di dibattito su etica, equità e contratto sociale è come sparita, e semmai si parla di ecologia, di inquinamento, di accelerazione entropica, di carestia, di religioni, di nazionalismi, di tecnologia, di concentrazione finanziaria e di mercato globale; temi questi che non sono “sociali”, cioè non definiscono una categoria sociale in rapporto con le altre all’interno di un sistema.

Il tessuto sociale si è lacerato. Ci sono realtà planetarie, più naturali che sociali; identità culturali che irrompono caotiche nella idealità di scena esistenziale di ognuno. Da una parte il mondo, dall’altra l’Io, ma tra i due non c’è più nulla; al più domandiamo il rispetto delle nostre libertà, che ci lascino in pace, ma non più domandiamo la costruzione di una società giusta.

E’ scoppiata la società: il mercato, il sistema politico, le identità culturali, l’ambiente.. galassie che si allontanano a grande velocità l’una dall’altra. Questa crescente dissociazione rende improbabile ogni intesa che superi l’accordo contingente legato al giorno per giorno, e ci condanna a vivere del quotidiano senza poterci elevare a progetto durevole e sensato, per se stessi e per la comunità.

Si tratta di una crisi temporale che sfocerà in una ricomposizione e riproposizione di un nuovo contratto sociale, di un’immagine della società o, al contrario, siamo trascinati in modo irreversibile nell’era del post-sociale, nella  esternalizzazione dei problemi sociali ?

In Italia i giovani hanno praticamente “sul loro groppone” l’intero debito pubblico nazionale di 2400 miliardi di euro, che costa varianti di decine e decine di miliardi di euro l’anno di interessi; ciò significa che ognuno è gravato di un debito di quasi 200 mila euro.

La questione giovanile, soprattutto sul fronte del lavoro e su quello del “disagio”, anche in considerazione dei riflessi sociali della difficile situazione economica che il Paese – ma anche l’Europa, insieme a gran parte del mondo evoluto – sta attraversando.

La generazione che ha vissuto per intero la seconda metà del XX secolo, o meglio un largo manipolo di mariuoli profittatori, ha omesso di curare il futuro delle generazioni successive, e non solo, ma le ha pure sovraccaricate oltremodo.

Giovani in attesa, l’attesa, principalmente, di una sistemazione lavorativa ritenuta confacente alle proprie aspettative ed al proprio stile di vita …con quello che ne consegue circa i rischi di decadimento delle reti di sostegno e le reali potenzialità occupazionali e di sviluppo nell’ambito della legalità.

In questo quadro è come inutile soffermarsi sulle devianze del rapporto dei giovani con il denaro, che sono tante e necessiterebbero di un trattato, ma certo l’educazione finanziaria sembra davvero essere il cardine dirimente, rivoluzionante di quello che oggi è un cancro e blocco di sistema, di regime: l’educazione e formazione finanziaria è un Diritto alla Conoscenza, tanto più in questo quadro di devastazione, etica, civica e morale, affinché siano date le chance per poter essere tutti “in”, piuttosto che tutti “out”.

Egoismo e intolleranza progressiva è ciò che rischiamo senza una critica dei rapporti sociali, politici ed economici, ed occorre anche stare attenti che le nostre idee non siano in ritardo sul mondo che ci circonda.

Certamente non è più tempo di abbandonarsi a vaghe malinconie e di cercare rifugio contro i problemi sociali, fuori dalla società. Sarebbe molto pericoloso credere che i nuovi attori sociali assomiglieranno ai vecchi, che tutto si ripete e resta uguale. Oggi i problemi più importanti sono quelli relativi all’identità, personale e collettiva, e alla natura, e ciò perché si sono costituiti dei sistemi di produzione e di potere che, molto più direttamente di prima, mettono in causa le identità da una parte, gli equilibri naturali dall’altra.

Cogliere l’intuizione o essere colti dal pathos. La sfera dell’arte conferma l’ipotesi del mondo come espressione che si pone accanto a quella naturale, ma nel contesto della vita è occasione di rappresentazione e di rievocazione da parte degli spettatori e fruitori.

Questo vuole essere Etiquo Film Project e il tema “I giovani e il denaro: Etica, equità ed educazione finanziaria” da esprimere in una forma sicuramente artistica quale è il Cinema, in suggestioni che nemmeno lontanamente possono essere suggerite da un’articolata disamina sociologica ed economica di uno stato delle cose che è di già da tempo andato oltre, ma ancora ci richiama.

Quando mi è stato chiesto di scrivere un pezzo sul tema “I giovani e il denaro”, il rischio che correvo era quello di trattare banalmente l’argomento e di restare in superficie tra schemi, statistiche e indagini d’implicazione psicosociale, se non anche di evidenziare vizi e degenerazioni disperanti la qualità dell’esser giovani. È per questo che ho voluto trattare l’argomento a partire da una ragione delle cose più ampia e nello stesso tempo più profonda.

Son giunto sin qui e mi sembra di aver fatto solo premesse; ma forse lo scopo primo di questo mio scrivere è stato e vuole essere solo quello di stimolo, e se solo un passaggio di questo testo sarà stato di stimolo, anche ad uno solo di Voi che leggete ed avete in animo di partecipare con un Vostro script ad Etiquo Film Project, ebbene questo è ciò che ho inteso comunicare; tanto più che mi ci son trovato, perché quando ho scritto il titolo di questo mio pezzo, non sapevo dove sarei finito, anche perché osservo questo tempo come se non ci fosse più differenza tra un giovane di 20anni ed un giovane anziano di 60anni, come se fossimo tutti delle eterne promesse, eterni ragazzi, eterni mortali.

Buon Lavoro a tutti!

Marzo Vitale

 

 

 

I giurati – Caterina Nardi e Claudia Vaccaro

I giurati – Caterina Nardi e Claudia Vaccaro

CATERINA NARDI
Produttrice – Costumista – Scenografa

Dal 1995 abbraccia nei vari aspetti il Cinema. Nel 1996 fonda con Leonardo Giuliano il Gruppo Pasquino, società cinematografica di produzione, distribuzione ed esercizio. Da 15 anni ha scelto gli ambiti più creativi della produzione, operando come costumista e scenografa in molteplici opere cinematografiche, tra le quali “Il più migliore al mondo” del 2001, regia di Aurelio Grimaldi, che traccia un quadro amaro e sconcertante dell’era berlusconiana; “Cecenia” del 2004, regia di Leonardo Giuliano, con Gianmarco Tognazzi che interpreta magistralmente le vicende del reporter di guerra Antonio Russo; “My Italy”, regia di Bruno Colella, film in uscita nelle Sale, che racconta in 4 episodi i ritratti di altrettanti Artisti dell’Arte contemporanea.

CLAUDIA VACCARO
Scenografa e Costumista – Decoratrice pittorica e Pittrice

Dopo il Dams a Bologna, dal 1999 ha curato con il Gruppo Pasquino a Roma, una programmazione di film in lingua originale, ottenendo un lusinghiero successo e organizzando con varie ambasciate ed altre istituzioni internazionali in Roma, una serie di festival, rassegne, eventi e convegni. Parallelamente ha curato e cura i costumi e le scenografie in ambito cinematografico e teatrale. Ha fatto parte del Comitato organizzativo del Festival pontino del cortometraggio.

L’Educazione finanziaria

L’Educazione finanziaria

L’Educazione finanziaria come l’Educazione sentimentale, il romanzo di una generazione, quella di chi aveva press’a poco vent’anni nel 1848, la storia di un uomo giovane ideata da Gustave Flaubert per rappresentarla.

Un film come il romanzo della generazione di inizio terzo millennio, in approccio evolutivo per la realizzazione del benessere individuale e sociale, in una forma di equilibrio possibile e compatibilmente sostenibile, etico ed equo, evocando la materia cardine e di maggior riferimento della società contemporanea, che è l’educazione finanziaria

www.rendersiconto.it

Conoscere ed occuparsi del proprio denaro deve costituire fin dalla gioventù una componente indispensabile nel bagaglio di competenze per il presente ed il futuro di ognuno; porre le condizioni per cui l’Educazione economica e finanziaria si ponga nella società come cultura necessaria per la costruzione ed il mantenimento del benessere individuale e sociale.

Ciò è realizzabile attraverso un forte messaggio educativo, fondamentale per le giovani generazioni. Si lavora per guadagnare il denaro necessario al proprio benessere e per contribuire al benessere della società, in un’ottica di cittadinanza attiva e partecipativa.

“Qualità della vita” e “benessere” sono concetti relativi: ogni individuo ne elabora un’interpretazione personale in base alle proprie condizioni fisiche, al ruolo sociale, alle caratteristiche psicologiche e allo stile di interazione con l’ambiente.

È pertanto difficile identificare gli indicatori soggettivi del benessere: un individuo valuta il proprio stato di salute, il proprio livello di soddisfazione nell’ambito sociale, lavorativo e personale, i traguardi raggiunti e gli obiettivi futuri in base a parametri che possono differire anche profondamente dalle condizioni oggettive in cui si trova.

E’ indubbio e riconosciuto che a livello personale, una base minima di sicurezza è data anche dal denaro, che indubbiamente costituisce un mattone indispensabile per la costruzione del benessere. Infatti, il soddisfacimento dei bisogni primari, fra cui avere un lavoro che dà un reddito, poter disporre di denaro in serenità, permette al soggetto maggiore libertà di realizzare i propri desideri materiali, avendo accesso a più beni e più servizi. Quindi cercare di costruirsi un percorso di vita in cui la buona gestione del denaro e gli investimenti per sé, per la famiglia e per la società siano “ponderati”, può determinare un incremento della soddisfazione e quindi essere funzionale al benessere.

Come già molto bene detto da Pete Maggi nella mia intervista qui sul sito di Etiquo Film Project pubblicata.

E’ all’evidenza di tutti l’urgenza di restaurare la nostra società e uscire da una finanza sempre più dominante l’economia reale. L’ascensore sociale non funziona più; la corruzione è divenuta sistemica, il lavoro non c’è ed occorre inventarlo.

Già oggi si fanno lavori e professioni che dieci anni fa non si facevano; tra dieci anni si faranno lavori e professioni che oggi non conosciamo. C’è dunque una mutazione che attualmente vive in una cultura per niente ETICA , e disperante il principio di EQUITA’.

Occorre dunque, io credo, rendere nota una cultura di approccio alla finanziabilità di progetti, anche per ciò che attiene a semplici servizi per la Comunità, per la cittadinanza attiva e partecipativa, che sappiano impiegare i proponenti e gli aderenti, su basi di principio etico ed equo. E’ un mondo che si apre, e che offre una luce in fondo a questo interminabile tunnel che stiamo vivendo.

Marzo Vitale

GIANMARCO TOGNAZZI, presidente di Giuria

GIANMARCO TOGNAZZI, presidente di Giuria

Attore
Profondo conoscitore di Cinema. 64 film, 16 serie, miniserie e film TV, il Festival di Sanremo, ma soprattutto tanto Teatro e tanto impegno diffuso e progressivo. Anche tutor in molte Scuole di Cinema e Università, a Cinecittà, alla Act Multimedia, al N.U.C.T. . Dal 2010 conduce La Tognazza amata, brand dell’azienda vitivinicola oggi affermata e internazionalizzata, che il padre, Ugo, cominciò a prefigurare già nel 1969, e nello stesso tempo continua a lavorare molto, in Cinema, in Teatro e in Tv.

Cari amici,

Cari amici,

cari Curiosi, cari Creativi, finalmente ci siamo!
Da oggi apre le proprie porte il Bando di Etiquo Film Project.
Ci tengo a spiegarvi, più che come funziona o che cosa è, il perché ho deciso di intraprendere questo progetto.
Premetto che, nei miei vari anni di esperienza e attività nel settore cinematografico, mi sono reso conto, inizialmente intuendolo poi man mano avendone sempre di più la certezza, che c’è un passaggio fondamentale, direi obbligato, tra la creatività e l’oggettività produttiva, ed è quella mano che il produttore porge, o almeno dovrebbe porgere, all’idea, all’intuizione, al formarsi di un pensiero creativo.
Non voglio entrare nella retorica della polemica sul sistema cinema italiano ma una cosa è certa: il sistema creativo sta vivendo il periodo più complesso, intricato e confuso che possiamo immaginare. Le idee, la creatività, il pensiero libero sono tutti ostacolati dai numerosi limiti che vengono messi da qualunque intermediario ci sia tra il creativo e il pubblico.
Perché il tema “Giovani e Denaro. Etica, equità ed educazione finanziaria”?
Perché, oltre che cercare di stimolarvi a scrivere di qualcosa che non sia già stereotipato o trattato e ritrattato in ogni forma e modo possibile, cercando di instaurare una sfida creativa con il vostro talento, quello che sogno che Etiquo sia per voi, è di un’occasione per aprirsi a degli argomenti e dei concetti che, troppo spesso, vengono snobbati e non considerati importanti ma che abbiamo prove tangibili, giorno dopo giorno, di quanto siano realmente essenziali; l’educazione finanziaria e soprattutto i principi di etica ed equità, come fondamento di un nuovo modo di pensare, agire e considerare il mondo.
La mia speranza sono tanti giovani talenti, da ogni angolo del Bel Paese, che ci inviano la loro sceneggiatura, il loro soggetto, che prendono un tema come quello che abbiamo dato e che non si facciano intimorire, che non abbiano paura, anche se scottati in passato dalla burocrazia, di partecipare a qualcosa di nuovo e che non si lascino scappare l’opportunità.
Questo bando è per voi, voi che credete nella voglia di esprimervi, voi che credete nelle idee, nel cinema, voi che ancora riuscite a essere curiosi, che siete stimolati e non schiacciati dalle sfide che vi vengono poste.
Abbiamo bisogno di voi, non solo noi di Etiquo, ma noi tutti, noi Paese, noi cittadini e spettatori, noi che ancora, sotto sotto, prima di addormentarci, crediamo, e non smetteremo di credere, nella forza delle idee.
In bocca al lupo.

Pete Maggi
Direttore Artistico Etiquo Film Project