Ultimi giorni alla chiusura del bando.

Ultimi giorni alla chiusura del bando.

Ebbene si, questi sono gli ultimi giorni alla chiusura del bando. 

Sono arrivati veramente tanti script (e vi ringraziamo) e la nostra giuria è impegnata a leggere, esaminare, valutare tutte le opere del vostro ingegno, mentre restano in attesa di tutti voi che ci invierete il vostro script in questi ultimi giorni, per poter finalmente scegliere quelli che verranno prodotti con grande gioia di coloro che saranno prescelti.

Affrettatevi dunque a terminare ed inviare la vostra storia, potrebbe essere la più bella e, certamente, non merita di restare chiusa in un cassetto. Vi aspettiamo.

 

Cinema & cinema

Cinema & cinema

Il Cinema è un vero e proprio linguaggio, con il suo lessico, la semiotica, la lettura del film; un linguaggio settoriale, specialistico, ed anche esoterico, a cui fanno ricorso la critica, la teoria cinematografica e tutti coloro che hanno assunto il cinema come oggetto di studio e di analisi.

Il linguaggio in uso si è progressivamente infittito, oltre alle abituali espressioni più o meno tecniche, specialistiche o sofisticate, di riferimenti continui ad aree disciplinari diverse dal cinema in senso stretto. La strumentazione concettuale e lessicale si è notevolmente arricchita, allargata e, inevitabilmente, complicata.

Uno scontro culturale vi fu tra l’ipotesi di agire sulla modificazione delle condizioni di ricezione del messaggio e quella di agire direttamente sulla produzione di nuovi tipi di messaggio.
Purtroppo le due tesi di processo furono viste come oppositive, anziché come due momenti dialettici, e fu la seconda a raccogliere consensi più ampi, dunque a configurarsi come la più praticabile via per una rivoluzione nel campo della percezione e dell’informazione audiovisiva.

Oggi persiste una situazione oggettiva di mancata socializzazione del sapere, e ciò non ostante internet; una situazione che deve essere radicalmente mutata attraverso un progetto complessivo di politica culturale che investa direttamente e globalmente i luoghi e le forme di produzione, distribuzione e fruizione del sapere.

C’è però una tendenza di un’effettiva penetrazione nel mondo delle scuole della problematica relativa alle forme e alle strutture della produzione testuale audiovisiva, e la domanda in questa direzione è sicuramente alta.

Sono sempre più coloro che si dedicano allo studio e all’analisi del cinema con intenti specialistici: dallo studente dell’ultimo anno delle scuole medie superiori, a quello dei primi anni di università, come pure l’insegnante, l’operatore culturale e tutti coloro che per ragioni di lavoro o di studio, in un progetto di barthesiana ricerca di “conoscenza in sé deliziosa”, sono interessati ad un’assimilazione delle tecniche di costruzione-decostruzione del discorso filmico, ad una presa di coscienza dei problemi che l’analisi del cinema ha posto e pone.

Il linguaggio cinematografico è costituito dall’insieme dei codici specifici, anche se la nozione di “codice” solleva grandi resistenze in relazione alle diverse accezioni che il termine possiede (regola, legge, ecc.) e al desiderio di salvaguardare il carattere spontaneo della creazione, in genere ribelle ad ogni tentativo di analisi.

Il “codice” è uno strumento, atteso che c’è anche una strumentalità interna all’arte, ma la scrittura filmica è un’istanza che lavora in rapporto ai codici, che si costruisce in larga misura lavorando contro gli stessi, perciò si distingue la scrittura filmica dal linguaggio cinematografico.

Ogni film è un lavoro collettivo, non è mai l’opera di una sola persona, in quanto implica molteplici collaborazioni e un’elaborata lavorazione. E’ raro che un regista possegga contemporaneamente anche le capacità di uno sceneggiatore, operatore, attore, montatore, tecnico del suono… e sembra finito il tempo in cui, dei titoli di testa, il pubblico tenga a mente solo il nome degli attori.

Era certamente comodo assimilare tutti i film di uno stesso cineasta nel concetto di Opera, quasi a non significare né il cinema né il film, ma ciò che caratterizzava era la fedeltà dell’autore a se stesso. Per la maggior parte dei critici era la rappresentazione di una visione del mondo, di una filosofia, di tutto ciò che per certi versi ancora oggi ci si compiace di richiamare: i temi, le ossessioni, cioè le idee di un cineasta, come ad esempio Antonioni e l’incomunicabilità, Renoir e la gioia di vivere, Bergman e l’angoscia della morte e la ricerca disperata di Dio, Donen e la commedia musicale, Hitchcock e una certa forma di poliziesco.

In altre parole, oggi la critica rifiuta il cineasta detentore del senso; al contrario cerca di cogliere il paradosso di un autore che non è padrone esclusivo del suo film; non soltanto egli non possiede il senso di ciò che fa, ma la sua opera si carica di sensi diversi che non aveva previsti né controllati.

Al cinema, come in letteratura, il destinatario dell’opera – colui che legge e guarda un film – contribuisce alla produzione dell’opera. L’autore dunque non è che il punto di partenza della produzione di senso, della catena di significanti che lo trascende, e di cui egli non è in grado di tenere ambedue le estremità. Del resto, parlare dell’opera di un cineasta equivale a sottintendere questa nozione di successione indefinita, di catena senza fine, di continua ricerca. In tal modo, spettatore e critica non costituiscono un procedimento simmetrico a quello dell’autore, ma prolungano la creazione e segnalano che la creazione non è mai finita e che essa è opera di tutti.

“Mi piacerebbe poter nuovamente stendermi sul divano che c’era nella sala da pranzo di mia nonna. Ascolterei suonare le nove dalla vecchia torre del castello e guarderei le ombre disegnate sul soffitto dai riverberi attraverso i ricami delle tende”

Questo sogno di Bergman ci riporta alle origini del cinema. La sala di cui egli parla evoca la camera oscura. Si trattava di una scatola senza alcun’altra apertura che un minuscolo buco in una delle sue pareti. Sulla parete opposta si formava la riproduzione esatta, ma invertita, di ciò che si poteva vedere al di fuori. La camera oscura non è altro che un modello dell’occhio.
La sua invenzione si perde – è il caso di dirlo – nella notte dei tempi. Platone la suggerisce nel suo famoso “mito della caverna” ( a proposito invito a vedere questo straordinario video con musica di Leonard Cohen: https://www.youtube.com/watch?v=4iC9icYmZfI ).

La camera oscura era senza dubbio conosciuta dagli Egizi nel IV secolo a.C. e anche dai Romani.
Il monaco Ruggero Bacone, nel XIII secolo, descrive il suo funzionamento; ma fu Leonardo da Vinci che la rese celebre. L’avvento della camera oscura nella nostra storia coincide con la generalizzazione della prospettiva in pittura e con il folgorante progresso dell’ottica. A partire dal Quattrocento, l’ottica geometrica comincia a diventare il modello delle scienze.
L’occhio è al centro delle conoscenze. Le metafore visive, come ha notato Nietzsche, abbondano nella filosofia dal Quattrocento all’Ottocento. Gli stessi Marx e Freud fanno ricorso alla metafora della camera oscura. Per Marx essa illustra l’ideologia, l’immagine rovesciata dei processi reali; per Freud essa esprime la fase inconscia dei processi psicologici.

La camera oscura diventerà lanterna magica, poi apparecchio fotografico, infine cinepresa.
E’ importante comprendere che queste scoperte successive provengono da una stessa fonte.
Dal Rinascimento in poi l’uomo occidentale è visivo. Il pensiero si struttura non più a partire dal corpo, ma a partire dall’occhio soltanto. Leonardo da Vinci appare come colui che meglio ha rivelato questo uomo visivo. Leonardo da Vinci è il vero inventore del cinema..
Appassionato a un tempo di ottica e di meccanica, egli è precursore della “società dello spettacolo”.
Con lui l’uomo occidentale cessa di toccare, di stringere le cose, immerso nel loro vortice di vita.
Le vede, se le rappresenta, le fissa e le pensa.

Dalla balestra ai razzi, passando per la cinepresa, l’uomo occidentale devia la sua libido, la proietta in uno spazio infinito, nel vuoto di uno schermo immaginario, in un cielo inaccessibile, Pierrot sovrano, Icaro imperialista, ha bisogno dell’intero universo per rimuovere il suo corpo.

In altri termini, si trattava di tradurre l’esperienza dei nostri sensi – ciò che tasta, ascolta, ecc. -, giudicata troppo rozza, in un linguaggio visivo. Si tratta di fissare, di trattenere, di conservare traccia dei movimenti più sottili, più sfuggenti della vita. Come non raffrontare questa impresa con quella di Leonardo da Vinci che notava nei suoi appunti: “Li pittori spesso cadono in disperazione …vedendo le loro pitture non avere quel rilievo e quella vivacità che hanno le cose vedute nello specchio”. Leonardo voleva produrre non soltanto immagine animate, ma un oggetto che potesse volare. L’invenzione simultanea dell’aeroplano e del cinema alla fine dell’Ottocento, sarà la conclusione tardiva di questo progetto grandioso.

L’invenzione relativamente recente del cinema, l’inadeguatezza della teoria, la forte pregnanza dell’analogia e la differenza qualitativa apparente tra questo mezzo di espressione e gli altri, hanno a lungo permesso che si pensasse al cinema come ad una nuova lingua, libera da qualsiasi influenza precedente, in grado di utilizzare mezzi propri e, infine, talmente semplice da non poter dirne nient’altro che era l’arte del movimento. Ma si avvertiva, da vari tentativi, che non tutto era così semplice e così cinematografico: non si contano più gli accostamenti fatti tra il cinema e il teatro, o il romanzo, o la pittura. Ma finora questa volontà di comprendere globalmente e rapidamente fenomeni tanto complessi come queste differenti forme di espressione, ha portato solo a miseri risultati e a confronti sbilenchi.

Da qualche tempo a questa parte, il progredire delle ricerche teoriche, tanto in linguistica che in semiologia della pittura o del cinema, per esempio, permette di sostenere non soltanto che il cinema non è, contrariamente a quanto si sia potuto affermare, un linguaggio senza codice, ma che i testi filmici sono intrecci strutturali di una moltitudine di codici. E, tra questi codici, una parte soltanto può essere detta propriamente cinematografica, ovvero i codici specifici che appartengono solo al cinema, mentre i rimanenti codici sono di fatto non specifici, vale a dire che si possono rinvenire in altri linguaggi oltre che nel cinema.

Il linguaggio cinematografico, come altri che sono molto particolari, non è tenuto a funzionare in un campo ben delimitato. Non conosce settori di senso che esso non possa investire o da cui non possa essere investito. In questo appartiene ai linguaggi “ricchi” come la letteratura, il teatro, ecc., che sono proteiformi e ai quali niente di ciò che costituisce la vita culturale e sociale è estraneo.
Il cinema può infatti, a priori, dire tutto, resta aperto a tutti i simbolismi, a tutti i problemi e a tutte le mode del momento, a tutte le ideologie, così come resta aperto a tutte le correnti artistiche e a tutte le invenzioni dei cineasti.

Questa apertura a tutto ciò, che a rigor di termini non è cinematografico, è tanto più grande quanto più abbondante è la produzione di film, e quanto più essa deve essere alimentata, e il cinema deve sempre fornire l’immagine di essere in presa diretta sulla realtà contemporanea.

Paradossalmente il cinema implica il massimo dei codici che vengono ad aggiungersi ai suoi propri, tanto che sembra che non ne usi. La credenza nella “verità” e nella “naturalità” dello spettacolo cinematografico dipende appunto da questo.

A tutti, una Buona Pasqua 2017 ! Marzo Vitale*

* Questo mio testo è ampiamente tratto da un libro diffusamente letto da molti degli appassionati di cinema, già in uso tra gli studenti di cinema e teatro a cavallo degli anni ‘70 e ‘80: “Attraverso il Cinema”, con presentazione di Christian Metz e cura dell’edizione italiana di Antonio Costa, volume III della biblioteca cinema per l’edizione di Longanesi & C.

Il gioco dell’incertezza

Il gioco dell’incertezza

Viviamo un tempo di “fragilità creativa” ed il virtuale ci nega ogni identità, dice il filosofo francese Jean Baudrillard.

In una intervista, Enrico Baj domanda al filosofo francese: “Nel tuo ultimo libro ribadisci il concetto che questa società aleatoria e dissipatoria è dominata dal principio di incertezza. Ma si tratterebbe di una incertezza creativa, quindi positiva.

Baudrillard risponde: “Vi è una situazione instabile che può essere sfruttata, non dico in termini positivi, non amando io questo aggettivo, ma per fini poetici, singolari. Voglio dire che la stessa situazione, l’incertezza, può essere angosciante, ma può anche essere esaltante, a condizione di farne un gioco e di fare quindi del principio di incertezza una regola, la regola del gioco. Non si tratta necessariamente di gioco ludico, né tanto meno di videogiochi. Alludo piuttosto a un principio di gioco arbitrario, pur tuttavia disciplinato da una regola, quindi arbitrario, ma non aleatorio. Il gioco degli scacchi, i giochi di denaro, possono anche essere arbitrari e aleatori, eppure contengono anche la regola. Una regola dico, non una legge”.

Io vorrei qui suggerire un gioco che aiuta a scaldare “i motori” dello sceneggiatore e filmmaker. Proviamo dunque così:
– Si stabilisce una parola di partenza, “Etiquo” nel nostro caso, e si fanno derivare cinque altre parole tra quelle che nell’immediatezza ci giungono in mente, senza pensarci.
Ad esempio, da “Etiquo” possono sorgere, anche impropriamente, parole come “soldi”, giustizia”, “legalità”, “sociale”, “film”. Così, analogamente, da ognuna delle cinque nuove parole farne derivare ancora due per ognuna di queste.

Ed allora, ad esempio, da “soldi” penso, dico e scrivo “tecnologia” e “soggetto”; da “giustizia” mi viene “Legge” e “trasgressione”; da “legalità” mi spuntano di getto in mente “percorso” e “tangente”; da “sociale” chissà mai perché mi viene “bisogno” e “collettivo”; infine da “film” viene “progetto” e “finanza”.

Avremo così 16 parole che riassumeremo: Etiquo, soldi, giustizia, legalità, sociale, film, tecnologia, soggetto, legge, trasgressione, percorso, tangente, bisogno, collettivo, progetto, finanza.

A questo punto dobbiamo scrivere una storia, una frase che rincorra un senso, usando esclusivamente le 16 parole con l’aiuto esclusivo di articoli, congiunzioni, punteggiatura ed al massimo “è” o “ha” o “non” o “ma”.

Proviamo:
– La tecnologia non ha bisogno di un soggetto e progetto sociale e collettivo, ma di un percorso tangente di legge, soldi e finanza. “Etiquo film” è trasgressione, ma non di giustizia e legalità.

Ecco, anche se potrebbe sembrare come preparato ad hoc, giuro a tutti coloro che mi leggono che l’ho scritto come m’è venuto al momento, ed anzi ora provo pure a dare un altro senso con le stesse parole:
– Un film è un percorso di trasgressione, un progetto collettivo e socialeetiquo”, tangente la legge, i soldi e la finanza, che ha bisogno di soggetto e tecnologia, giustizia e legalità.

Assicuro che si tratta di un esercizio di creatività, spesso necessario per trovare lo spunto adatto.

È necessario cambiare, vivere in misura che ci trasforma, per essere creativi.

Friedrich Nietzsche diceva degli individui moderni “Quelli cambiano, cambiano continuamente, ma non diventano mai niente”. Questo cambiare senza divenire è il mondo del virtuale. È la possibilità di adottare tutte le forme che è specifica di un certo lavoro sul computer e che costituisce una sorta di morfismo. E il morfismo in questo continuo cambiamento formale è esattamente il contrario del concetto di metamorfosi.

Un altro simpatico esercizio è quello di fare – con un gruppo di amici, magari in una festa, perché è molto divertente per gli sviluppi che assume – una sorta di racconta una storia breve e riportala.

Ed allora: supponiamo di stare con una decina di amici; uno si assume il compito di raccontare la storia ad uno solo di questi, mentre gli altri stanno fuori dalla porta di una stanza e non sentono.

Ad esempio si racconta di un tizio che afferma che l’arte contemporanea è un complotto dove il nulla è solo un bluff, e le gallerie e i collezionisti speculano sul senso di colpa del pubblico; ma potrebbe pure essere il racconto di Maria, romana di Trastevere, che è andata in campagna a vendemmiare ed ha portato con sé i libri di Matemagica e Matemitica, dicendo a tutti quelli che incontrava “te levi o t’elevi”, …insomma, per dire di qualsiasi assurdo, ma anche un fatto di cronaca vera va bene come qualsiasi altra storia.

A questo punto chi ha ascoltato la storia la deve raccontare ad uno degli amici che si fa entrare, e così quest’ultimo farà con il successivo, che a sua volta … …fino a quando l’ultimo che entra racconterà a tutti la storia che ha udito raccontare.

Già il terzo o quarto racconterà una storia stravolta, mentre l’ultimo si troverà a raccontare una storia del tutto differente da quella originale. Ci saranno occasioni ilari e divertenti; in taluni racconti vi si troverà lo spunto creativo, ma soprattutto questo gioco avrà insegnato a diffidare dei racconti riportati e per sentito dire.

Chiudo ricordando che è la televisione che ci guarda, è il libro che ci legge, ed è l’immagine che ci osserva. Su questa base io vorrei che ognuno di VOI si facesse Cinema, e con questo linguaggio riuscisse a raccontare il flusso generazionale di inizio del terzo millennio; ma soprattutto voglio concludere come ho iniziato con Jean Baudrillard:

– “La scrittura automatica virtuale, nei termini delle nuove tecnologie virtuali e informatiche, significa la tentazione di produrre un mondo che si svolge da solo. A questo punto è la tecnologia che marcia da sola, è la scrittura automatica della tecnica che marcia senza soggetto. È quello che avviene nel virtuale: non c’è più soggetto, è il calcolo che funziona da solo, è il numero, è la sintesi logico-matematica, è un’autoproduzione di un sistema che gira su stesso in modo tautologico”.

Di Marzo Vitale

I giurati – Caterina Nardi e Claudia Vaccaro

I giurati – Caterina Nardi e Claudia Vaccaro

CATERINA NARDI
Produttrice – Costumista – Scenografa

Dal 1995 abbraccia nei vari aspetti il Cinema. Nel 1996 fonda con Leonardo Giuliano il Gruppo Pasquino, società cinematografica di produzione, distribuzione ed esercizio. Da 15 anni ha scelto gli ambiti più creativi della produzione, operando come costumista e scenografa in molteplici opere cinematografiche, tra le quali “Il più migliore al mondo” del 2001, regia di Aurelio Grimaldi, che traccia un quadro amaro e sconcertante dell’era berlusconiana; “Cecenia” del 2004, regia di Leonardo Giuliano, con Gianmarco Tognazzi che interpreta magistralmente le vicende del reporter di guerra Antonio Russo; “My Italy”, regia di Bruno Colella, film in uscita nelle Sale, che racconta in 4 episodi i ritratti di altrettanti Artisti dell’Arte contemporanea.

CLAUDIA VACCARO
Scenografa e Costumista – Decoratrice pittorica e Pittrice

Dopo il Dams a Bologna, dal 1999 ha curato con il Gruppo Pasquino a Roma, una programmazione di film in lingua originale, ottenendo un lusinghiero successo e organizzando con varie ambasciate ed altre istituzioni internazionali in Roma, una serie di festival, rassegne, eventi e convegni. Parallelamente ha curato e cura i costumi e le scenografie in ambito cinematografico e teatrale. Ha fatto parte del Comitato organizzativo del Festival pontino del cortometraggio.

L’Educazione finanziaria

L’Educazione finanziaria

L’Educazione finanziaria come l’Educazione sentimentale, il romanzo di una generazione, quella di chi aveva press’a poco vent’anni nel 1848, la storia di un uomo giovane ideata da Gustave Flaubert per rappresentarla.

Un film come il romanzo della generazione di inizio terzo millennio, in approccio evolutivo per la realizzazione del benessere individuale e sociale, in una forma di equilibrio possibile e compatibilmente sostenibile, etico ed equo, evocando la materia cardine e di maggior riferimento della società contemporanea, che è l’educazione finanziaria

www.rendersiconto.it

Conoscere ed occuparsi del proprio denaro deve costituire fin dalla gioventù una componente indispensabile nel bagaglio di competenze per il presente ed il futuro di ognuno; porre le condizioni per cui l’Educazione economica e finanziaria si ponga nella società come cultura necessaria per la costruzione ed il mantenimento del benessere individuale e sociale.

Ciò è realizzabile attraverso un forte messaggio educativo, fondamentale per le giovani generazioni. Si lavora per guadagnare il denaro necessario al proprio benessere e per contribuire al benessere della società, in un’ottica di cittadinanza attiva e partecipativa.

“Qualità della vita” e “benessere” sono concetti relativi: ogni individuo ne elabora un’interpretazione personale in base alle proprie condizioni fisiche, al ruolo sociale, alle caratteristiche psicologiche e allo stile di interazione con l’ambiente.

È pertanto difficile identificare gli indicatori soggettivi del benessere: un individuo valuta il proprio stato di salute, il proprio livello di soddisfazione nell’ambito sociale, lavorativo e personale, i traguardi raggiunti e gli obiettivi futuri in base a parametri che possono differire anche profondamente dalle condizioni oggettive in cui si trova.

E’ indubbio e riconosciuto che a livello personale, una base minima di sicurezza è data anche dal denaro, che indubbiamente costituisce un mattone indispensabile per la costruzione del benessere. Infatti, il soddisfacimento dei bisogni primari, fra cui avere un lavoro che dà un reddito, poter disporre di denaro in serenità, permette al soggetto maggiore libertà di realizzare i propri desideri materiali, avendo accesso a più beni e più servizi. Quindi cercare di costruirsi un percorso di vita in cui la buona gestione del denaro e gli investimenti per sé, per la famiglia e per la società siano “ponderati”, può determinare un incremento della soddisfazione e quindi essere funzionale al benessere.

Come già molto bene detto da Pete Maggi nella mia intervista qui sul sito di Etiquo Film Project pubblicata.

E’ all’evidenza di tutti l’urgenza di restaurare la nostra società e uscire da una finanza sempre più dominante l’economia reale. L’ascensore sociale non funziona più; la corruzione è divenuta sistemica, il lavoro non c’è ed occorre inventarlo.

Già oggi si fanno lavori e professioni che dieci anni fa non si facevano; tra dieci anni si faranno lavori e professioni che oggi non conosciamo. C’è dunque una mutazione che attualmente vive in una cultura per niente ETICA , e disperante il principio di EQUITA’.

Occorre dunque, io credo, rendere nota una cultura di approccio alla finanziabilità di progetti, anche per ciò che attiene a semplici servizi per la Comunità, per la cittadinanza attiva e partecipativa, che sappiano impiegare i proponenti e gli aderenti, su basi di principio etico ed equo. E’ un mondo che si apre, e che offre una luce in fondo a questo interminabile tunnel che stiamo vivendo.

Marzo Vitale

GIANMARCO TOGNAZZI, presidente di Giuria

GIANMARCO TOGNAZZI, presidente di Giuria

Attore
Profondo conoscitore di Cinema. 64 film, 16 serie, miniserie e film TV, il Festival di Sanremo, ma soprattutto tanto Teatro e tanto impegno diffuso e progressivo. Anche tutor in molte Scuole di Cinema e Università, a Cinecittà, alla Act Multimedia, al N.U.C.T. . Dal 2010 conduce La Tognazza amata, brand dell’azienda vitivinicola oggi affermata e internazionalizzata, che il padre, Ugo, cominciò a prefigurare già nel 1969, e nello stesso tempo continua a lavorare molto, in Cinema, in Teatro e in Tv.

Cari amici,

Cari amici,

cari Curiosi, cari Creativi, finalmente ci siamo!
Da oggi apre le proprie porte il Bando di Etiquo Film Project.
Ci tengo a spiegarvi, più che come funziona o che cosa è, il perché ho deciso di intraprendere questo progetto.
Premetto che, nei miei vari anni di esperienza e attività nel settore cinematografico, mi sono reso conto, inizialmente intuendolo poi man mano avendone sempre di più la certezza, che c’è un passaggio fondamentale, direi obbligato, tra la creatività e l’oggettività produttiva, ed è quella mano che il produttore porge, o almeno dovrebbe porgere, all’idea, all’intuizione, al formarsi di un pensiero creativo.
Non voglio entrare nella retorica della polemica sul sistema cinema italiano ma una cosa è certa: il sistema creativo sta vivendo il periodo più complesso, intricato e confuso che possiamo immaginare. Le idee, la creatività, il pensiero libero sono tutti ostacolati dai numerosi limiti che vengono messi da qualunque intermediario ci sia tra il creativo e il pubblico.
Perché il tema “Giovani e Denaro. Etica, equità ed educazione finanziaria”?
Perché, oltre che cercare di stimolarvi a scrivere di qualcosa che non sia già stereotipato o trattato e ritrattato in ogni forma e modo possibile, cercando di instaurare una sfida creativa con il vostro talento, quello che sogno che Etiquo sia per voi, è di un’occasione per aprirsi a degli argomenti e dei concetti che, troppo spesso, vengono snobbati e non considerati importanti ma che abbiamo prove tangibili, giorno dopo giorno, di quanto siano realmente essenziali; l’educazione finanziaria e soprattutto i principi di etica ed equità, come fondamento di un nuovo modo di pensare, agire e considerare il mondo.
La mia speranza sono tanti giovani talenti, da ogni angolo del Bel Paese, che ci inviano la loro sceneggiatura, il loro soggetto, che prendono un tema come quello che abbiamo dato e che non si facciano intimorire, che non abbiano paura, anche se scottati in passato dalla burocrazia, di partecipare a qualcosa di nuovo e che non si lascino scappare l’opportunità.
Questo bando è per voi, voi che credete nella voglia di esprimervi, voi che credete nelle idee, nel cinema, voi che ancora riuscite a essere curiosi, che siete stimolati e non schiacciati dalle sfide che vi vengono poste.
Abbiamo bisogno di voi, non solo noi di Etiquo, ma noi tutti, noi Paese, noi cittadini e spettatori, noi che ancora, sotto sotto, prima di addormentarci, crediamo, e non smetteremo di credere, nella forza delle idee.
In bocca al lupo.

Pete Maggi
Direttore Artistico Etiquo Film Project

Conferenza Stampa Etiquo Film Project

Conferenza Stampa Etiquo Film Project

Si è svolta nella tarda mattinata di venerdì 27 gennaio scorso, presso la Sala Cinema dell’ANICA a Roma, la conferenza stampa di presentazione di Etiquo Film Project, che ha l’obiettivo di realizzare un film composto da una selezione di 10 cortometraggi, esclusivamente scritti e realizzati da giovani che non abbiano compiuto i 36 anni di età alla data di scadenza del bando il 30 aprile 2017, con il tema “I giovani e il denaro. Etica, equità ed educazione finanziaria”

Il progetto è stato ideato e promosso da Cine1 Italia e dal direttore generale Pete Maggi, nonché direttore artistico di Etiquo che, in esordio in conferenza, così significa:-

– “Dato il sempre più limitato livello di attenzione di un utente medio, mi sembrava adeguato che i contributi dei singoli fossero in una forma breve e che poi confluissero in un contenitore più grande”

A supporto del progetto si è schierata la Operation Services, società consortile operante nel settore finanziario, con il suo amministratore unico, Vincenzo Giacomini

Una forma di cinema che da molto tempo non viene proposta, dopo l’illustre precedente de “I Mostri”, pellicola in 20 episodi del 1963, allora diretta interamente da Dino Risi, che aveva come attori ricorrenti Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi; citazione ad hoc, questa, per segnalare la presidenza della giuria tecnica affidata a Gianmarco Tognazzi.

La società di produzione e distribuzione cinematografica, CINE1 Italia, per giungere a selezionare le 10 storie portanti del film “Etiquo”, finanzierà la produzione di decine di cortometraggi – sino ad un massimo di 80 – tra tutte le sinossi e sceneggiature di cortometraggio che saranno pervenute sul sito www.etiquofilm.it dove c’è la possibilità di registrarsi e dove si trova il Form per l’upload del proprio script.

Proprio questo ultimo aspetto, è ciò che rende interessante l’evento, dal momento che nel nostro Paese i cortometraggi vengono presentati esclusivamente ai festival e poi tendono a scomparire, Etiquo Film Project si preoccupa della produzione e della distribuzione di decine di sceneggiature di cortometraggio – di circa 10 minuti ognuna – che avranno passato la prima fase di selezione, così coinvolgendo in una grande animazione le Scuole di Cinema e lo slancio autoriale di una molteplicità di giovani filmmaker, ma anche il pubblico che sarà chiamato ad esprimere un giudizio di merito per la definizione delle storie che faranno infine parte del film “Etiquo”.

Una scommessa culturale, dunque, per dare un’opportunità creativa ai giovani amanti del cinema, del tutto svincolata da enti e istituzioni, ponendo quanti meno ostacoli e condizioni possibili all’estro e alla fantasia, dovendo affrontare il tema dell’etica e dell’equità, di cui il nostro Paese ha un grande e vitale bisogno, e della educazione finanziaria.

Conoscere ed occuparsi del proprio denaro, sapendo pensare ad ogni cosa in relazione ad esso, come alla fattibilità delle cose, nel caso sceneggiando secondo criteri oggettivi di compatibilità economica e finanziaria, è una componente indispensabile del bagaglio delle competenze di ognuno, per il presente e per il futuro.

La conferenza stampa è stata moderata dal critico e giornalista cinematografico, Boris Sollazzo, che ha avuto al tavolo la Giuria al completo di Etiquo Film Project, ovvero, i già citati Pete Maggi, direttore artsitico e general manager di Cine1 Media Group e il presidente di Giuria, Gianmarco Tognazzi, lo scrittore, regista e sceneggiatore Aurelio Grimaldi, la produttrice cinematografica Caterina Nardi e la scenografa di cinema e teatro, Claudia Vaccaro.
Al termine della stessa è stato allestito un ottimo buffet, che ha avuto, di corredo e fiore all’occhiello, il vino dell’Azienda vitivinicola “La Tognazza”, La Tognazza amata, diretta e curata personalmente da Gianmarco Tognazzi.