La nuova produzione di valore che amplia e civilizza il mercato

La nuova produzione di valore che amplia e civilizza il mercato

Si stanno spontaneamente ridisegnando le organizzazioni dalle fondamenta. I bisogni assumono una natura sempre più personalizzata e sempre meno intermediata dai corpi sociali tradizionali. Gli amministratori pubblici vengono sempre più stimolati all’uso, anche sperimentale, di forme sempre più aperte di impresa sociale, di cittadinanza attiva che dà vita a un ecosistema di risorse utili, promuovendo nuova imprenditorialità diffusa e sostenibile.

Nuovi meccanismi di generazione di valore che tendono a ricombinare sociale ed economico, senza separarlo. Nuovi servizi alla persona, nuova manifattura e nuove tecnologie. Imprese ibride polifunzionali a pluralità di obiettivi. Persone con ruoli sempre più ibridi tra produttore, consumatore e finanziatore. Tecnologie non più solamente supporti, ma parte dell’umano e della sua dimensione relazionale.

La conferma del valore autenticamente sociale di molte imprese ibride viene dai giovani. Servono infatti occhi nuovi per leggere l’innovazione che si manifesta. Una recente ricerca sui giovani negli Stati Uniti (i millennials) evidenzia come sia proprio la pluralità di obiettivi il fine dell’impresa a cui guardano. Così anche in Italia dove i dati delle Camere di commercio dicono che le imprese fondate dagli under 35 veleggiano verso un milione e crescono a ritmi più elevati della media, con un minor tasso di chiusura.

Vi è anche il crescente orientamento della Pubblica Amministrazione a premiare forme organizzative in cui efficienza e dimensionamento si accompagnano a capacità di co-progettualità e co-investimento, facendo leva su meccanismi, tipicamente ibridi, di partnership pubblico-privata. E, ancora, va osservata la forza trasformatrice esercitata da un numero crescente di imprese “for profit” che costruiscono la propria competitività dentro il perimetro del valore condiviso, inteso nella sua valenza comunitaria, coesiva e collaborativa.

Si tratta di qualche centinaio di startup innovative che comunque crescono velocemente e soprattutto poggiano su popolazioni organizzative più ampie, come le oltre 8mila ‘imprese coesive’ censite da fondazione Symbola. Si tratta di piccole e medie imprese for profit attive nei settori di eccellenza del made in Italy (manifatturiero, agroalimentare) che performano meglio in termini di fatturato, occupazione, internazionalizzazione, … perché investono non solo in innovazione tecnologica, ma anche sulla coesione sociale e sulla valorizzazione di risorse ‘di luogo’ (attrattori culturali, competenze diffuse, relazioni con la società civile) rendendole parte integrante della loro catena di produzione del valore.

Piccoli numeri, ma significativi di tendenza, comunque a fronte di un tessuto di 15mila imprese sociali di origine non profit. Il non profit è fatto anche da 6 milioni di volontari, con al loro fianco un milione di lavoratori retribuiti, e vive di contributi pubblici e privati, ma muovendo entrate per 70 miliardi di euro – un po’ di furbastri italioti nel mezzo, ma non è un fascio da fare in tal senso – con il 20% di entrate che avviene attraverso scambi di mercato con famiglie, cittadini, imprese, altre organizzazioni non lucrative.
Infine, il non profit eroga i suoi servizi a soci di associazioni, organizzazioni di volontariato e cooperative sociali, ma con consistenti eccezioni, considerando che sono oltre 20 milioni gli ‘utenti disagiati’ (persone malate, povere, disabili, immigrate, ecc.) che usufruiscono delle loro attività senza alcun vincolo associativo.

Il tema dell’identità emerge non per via statutaria, ma sempre di più per l’impatto che deriva dalla gestione di concrete attività. Questo è indice di un elevato grado di cambiamento, che procede sia per spinte interne sia per effetto di trasformazioni della società, di cui il Terzo settore è parte integrante. Terzo settore identifica quegli enti e quelle imprese che operano e si collocano in settori non riconducibili né al Mercato né allo Stato. Una realtà sociale, economica e culturale in continua evoluzione, che ha trovato nella Legge 106 del 6 giugno 2016 una sua definizione giuridica.

Nella periferia est della smart city milanese, in via Cavriana, si trova una cascina dedicata a Sant’Ambrogio, il patrono di Milano. A gestirla è un’associazione, CasciNet – impresa sociale a responsabilità limitata che, come recita la dichiarazione di missione, si occupa di «studiare, tutelare e valorizzare l’identità storica, artistica e ambientale di Cascina Sant’Ambrogio» – alla quale il Comune di Milano ha firmato un contratto trentennale di affittanza agricola, ovvero a quel gruppo di giovani che negli ultimi tre anni hanno trasformato la Sant’Ambrogio in un “hub” di innovazione che oggi riesce a coinvolgere 1600 persone.

Fin qui nulla di strano, finché non ci si addentra nelle attività dell’associazione. Da lì in poi tutto si fa più ‘ibrido’ ed è proprio da questa ricombinazione di valori che nascono nuove forme di organizzazione di impresa a finalità sociale. CasciNet infatti ha trasformato gli spazi della cascina in «hub multiservizi di innovazione agricola, culturale e sociale» dove si trova uno spazio di coworking, un incubatore di imprese, laboratori di restauro, una foresta commestibile fruita e cogestita, servizi sociali per persone escluse e l’immancabile eventologia cultural-ricreativa milanese. Troppe cose – e pure diverse – per un’associazione che per di più ha siglato l’accordo con il Comune di Milano impegnandosi a «garantire 190.000 euro tra investimenti obbligatori e facoltativi nella manutenzione straordinaria per il recupero della Cascina».

Milano sta diventando un punto di riferimento per l’agricoltura urbana e la riqualificazione dei terreni agricoli: non più periferie lontane e abbandonate, ma nuovi centri di vita cittadina ed occasioni di sviluppo economico e culturale. (Fonte MILANO TODAY)

Sorprendente è la lettura di un testo pubblicato dalla Camera di Commercio Milano, che qui abbiamo cercato di riassumere per infine concludere.

Il cliente/consumatore sta diventando sempre più consapevole del proprio potere nel mercato economico e quindi non è più un fruitore passivo di ciò che il mercato ha scelto per lui, ma è lui stesso che con i suoi bisogni determina la scelta delle aziende e, quindi, del mercato. Il consumatore, oggi, ha il potere di determinare il vero successo di un prodotto, di un’azienda piuttosto che di un’altra. Le esigenze sono cambiate; non è più sufficiente presentare un prodotto semplicemente intervenendo su aspetti puramente esteriori, come una confezione più gradevole, o la possibilità di un premio o, ancora, attraverso una pubblicità più incisiva. Senza dubbio questi fattori hanno ancora una loro valenza, ma devono essere un supporto alla qualità del prodotto stesso, al rapporto qualità/prezzo e al rispetto di una serie di garanzie etiche.

Le garanzie etiche sono, sicuramente, di varia natura e vanno dalla scelta delle materie prime, che devono essere descritte in maniera chiara, fino ad arrivare alle certificazioni di qualità relative al rispetto dell’ambiente ma anche dell’individuo. Quest’ultimo elemento è di grande attualità in quanto si propone di salvaguardare le categorie sociali a rischio, e quindi di salvaguardare i minori e tutti coloro i quali dovessero essere costretti ad accettare ritmi e situazioni lavorative in genere di sfruttamento, per la necessità di sopravvivere. C’è, quindi, una maggiore attenzione al rispetto di valori che riguardano sia l’individuo sia l’ambiente, messo sempre più in difficoltà da polveri e solventi che invadono liberamente l’aria, il mare, i fiumi e il territorio in genere. Il percorso che ha determinato questa situazione non è stato né automatico né semplice. Si va, in ogni modo, verso una nuova organizzazione della vita e del lavoro dell’uomo che, questa volta, si trova a dover affrontare problemi che, ancora oggi, appaiono di non facile soluzione.

Capitalismo, catena di montaggio, disumanizzazione del lavoro, alienazione ne sono un esempio. Tanto è stato scritto su queste problematiche, e tante sono state le soluzioni proposte. Come mai, allora, ancora oggi, in un’epoca in cui si può disporre di una tecnologia all’avanguardia e di tante conoscenze sulla natura dell’uomo e malgrado queste nuove necessità imposte dal mercato, ci troviamo ad affrontare i problemi legati ad una crescita economica e tecnologica così lontana dall’uomo, così lontana dai bisogni non-materiali dell’individuo?

Perché l’economia possa essere il fulcro di un progetto etico, è necessario che si fondi su basi morali. Il mondo degli affari può essere considerato la fabbrica per eccellenza di immoralità, interesse ed egoismo, anche perché non ha ancora assimilato nel modo giusto l’idea di economicità e questo ha determinato il verificarsi di condizioni lavorative al di là dell’umanamente accettabile. La rivoluzione industriale ha aperto questo vaso di Pandora e tutti i mali hanno trovato fertile terreno nelle debolezze dell’uomo. Solo la consapevolezza di un percorso etico può eliminare l’immoralità e il disordine e determinare una crescita non più individuale, ma della comunità, sia essa la famiglia, lo Stato, la grande impresa o la piccola impresa.

Sembra fin troppo banale ma, in realtà, questo è un percorso faticoso e richiede grandi sacrifici da parte di tutti. L’uomo, infatti, non ha in sé il concetto di altruismo, per cui è necessario un grande esercizio che possa avvicinare l’uomo all’uomo, insegnando che rinunciare a qualcosa per il bene del nostro prossimo, può determinare in senso economico una maggiore ricchezza. L’uomo deve imparare a sacrificare parte del suo utile al bene comune, proprio come sosteneva l’idea rousseauniana di condivisione.

Questo concetto o ideale dovrebbe essere applicato anche in economia, soprattutto in un momento in cui la povertà aumenta non solo come povertà del singolo, ma anche come povertà di Paesi detti appunto del Terzo Mondo. Un Terzo Mondo dimenticato e sfruttato nel passato e, per certi aspetti, anche oggi, nonostante le popolazioni guardino all’Occidente civilizzato ed industrializzato come ad una via di salvezza, di fuga da una vita di miseria.

Il pluralismo etnico del nostro secolo non ha subito, come naturale conseguenza, i cambiamenti necessari per porre in equilibrio i nuovi elementi che sono entrati a far parte del panorama economico ed umano. Per troppo tempo si è pensato di sfruttare il lavoro dei più deboli, impoverendoli culturalmente, spiritualmente e arraffando dai loro territori le materie prime necessarie a nutrire una cultura capitalistica ed utilitaristica difficile da debellare.

Così, ciò che dovrebbe essere cristianamente normale, naturale nel rapporto tra gli uomini, e cioè l’aiuto reciproco sia da un punto di vista spirituale che economico, è, al contrario, innaturale; per cui è necessario non solo educare l’uomo a tale condivisione, ma determinare le condizioni che gli permettano di esercitare ciò che ha appreso, giorno per giorno.

Non si chiede, certamente, all’imprenditore di travestirsi da santo o da buon samaritano, semplicemente gli si chiede una grande umanità, senso del rispetto verso il prossimo chiunque esso sia, di guardare a se stesso come parte di un tutto. Bisognerebbe riscoprire il piacere dell’umiltà intesa come porta per far entrare gli altri e per poter condividere le loro idee, imparare qualcosa di nuovo e di utile e insegnare anche qualcosa.

In campo economico, dove tutto è ancora segnato dal tempo, dall’utile, dal profitto, permettere al lavoratore condizioni lavorative migliori, anche da un punto di vista economico, equivarrebbe sicuramente ad una crescita economica per tutte le parti che sono coinvolte in questo difficile meccanismo. In quest’ottica, sarebbe sicuramente utile predisporre dei luoghi e stabilire dei momenti di incontro delle parti per scambiare le diverse idee su uno stesso percorso, oppure per affrontare serenamente problematiche interne all’azienda.

Concludiamo così: Siamo tra noi legati e solo apparentemente divisi; abbiamo il dovere di far comprendere l’umana solidarietà, non come un presupposto mistico, ma come una legge benefica e utile a tutti.
C’è chi sa “cosa”, ma non sa “come”, e c’è chi sa “come”, ma non sa “cosa”; c’è chi “vede” i problemi della nostra civiltà, ma non sa come agire per risolverli praticamente, e c’è chi “agisce ciecamente”, creando e alimentando a sua volta tali problemi.
Viva la libera impresa ed iniziativa, politica e sociale, ma è essenziale ad un generale riassetto e allo sviluppo economico e sociale, che ogni processo e possesso venga certificato, dunque come notificato alla comunità, oltre quanto sino ad oggi viene fatto a proposito.
Internet consente oggi di muovere in un contesto partecipato, tra tutto ciò che concorre alla determinazione di un equilibrio possibile e compatibile, in costanza di progresso.

Marzo Vitale

 

L’economia criminale

L’economia criminale

Impenetrabile ed in costante e quasi esponenziale progresso, l’economia criminale è già da tempo diventata il motore dell’espansione capitalista, favorendo l’esplosione di un mercato finanziario fuori legge, foraggiato dagli ingenti profitti della grande criminalità, che circola senza controllo da un capo all’altro del mondo.

Denaro sporco riciclato che prospera nella crisi di sistema e si abbandona impunito al saccheggio della cosa pubblica. Governi, mafie e società transnazionali sono come soci in affari a causa dei percorsi obbligati degli intrecci della grande finanza e della necessità di creazione dei fondi neri per le indicibili operazioni di scacchiere internazionale.

Un vecchio film americano, del quale non ricordo il titolo, ma trasmesso in TV in una recente scorsa notte, prefigurava il 7-8 % delle somme del narcotraffico a favore della CIA, che evidentemente garantiva il canale di penetrazione e distribuzione delle droghe, al fine di dotarsi di cospicui fondi neri necessari alle sue operazioni di intervento sugli scenari segreti della guerra internazionale.

Noi non possiamo certo affermare questo, ma ciò ci dà l’idea di quali e quante storie si possano raccontare su questo filone dell’economia criminale.

Una cosa però la possiamo affermare. Da troppo tempo il proibizionismo sta generando un’economia sotterranea della droga che funziona in perfetta simbiosi con il circuito economico legale, al punto da poter dire, senza tema di smentita, che il proibizionismo è un crimine contro l’umanità.

Alla “tolleranza zero”, raccomandata un po’ ovunque contro la piccola delinquenza del precariato e della disoccupazione, fa da contraltare la “repressione zero” contro la grande criminalità finanziaria, che se i governi veramente ne avessero l’intenzione, potrebbero metterla in condizione di non nuocere nello spazio di una sola giornata.

Operazioni di facciata, di tanto in tanto lanciate contro i paradisi bancari e fiscali in piena espansione, per gettare fumo negli occhi e dare l’illusione che li si sta combattendo, anche sistematicamente messe in luce dagli “scandali” che incidentalmente coinvolgono, in un paese o in un altro, un’impresa o una banca, un dirigente o un partito politico, un cartello o una mafia.

Una massa di transazioni delittuose viene fatta passare per disfunzione accidentale dell’economia e della democrazia liberale, come un qualcosa che in ogni caso una buona azione di governo è sempre in grado di riassorbire, come qualcosa di fisiologico, una sorta di prezzo da pagare per garantire libertà e democrazia – ohibò – come se la realtà non fosse un sistema coerente legato all’espansione del capitalismo moderno, basato sul sodalizio fra governi, imprese transnazionali e mafie, dove gli affari sono affari e la criminalità finanziaria altro non è che un mercato dove vige la legge della domanda e dell’offerta.

Business as usual. Le grandi organizzazioni criminali devono necessariamente avvalersi della complicità degli ambienti affaristici e del “laissez faire” del potere politico per poter far fruttare, mediante il riciclaggio, gli eccezionali profitti della loro attività.

Non è questo il contenitore dove si può sviluppare un tema di questa natura e portata, ma potrà forse essere utile dire che in Italia l’economia criminale viene stimata oltre il 10% del Prodotto Interno Lordo, che ammonta a 1.700 miliardi di euro, con un debito pubblico di 2.400 miliardi di euro.

Questo tema, qui genericamente trattato, implica tutta una serie di risvolti che per la loro attualità sarebbe molto interessante sviluppare all’interno di una sceneggiatura, anche solo raccontando una comune storia di persone coinvolte a margine di questo fenomeno.

Marzo Vitale

I giurati – Caterina Nardi e Claudia Vaccaro

I giurati – Caterina Nardi e Claudia Vaccaro

CATERINA NARDI
Produttrice – Costumista – Scenografa

Dal 1995 abbraccia nei vari aspetti il Cinema. Nel 1996 fonda con Leonardo Giuliano il Gruppo Pasquino, società cinematografica di produzione, distribuzione ed esercizio. Da 15 anni ha scelto gli ambiti più creativi della produzione, operando come costumista e scenografa in molteplici opere cinematografiche, tra le quali “Il più migliore al mondo” del 2001, regia di Aurelio Grimaldi, che traccia un quadro amaro e sconcertante dell’era berlusconiana; “Cecenia” del 2004, regia di Leonardo Giuliano, con Gianmarco Tognazzi che interpreta magistralmente le vicende del reporter di guerra Antonio Russo; “My Italy”, regia di Bruno Colella, film in uscita nelle Sale, che racconta in 4 episodi i ritratti di altrettanti Artisti dell’Arte contemporanea.

CLAUDIA VACCARO
Scenografa e Costumista – Decoratrice pittorica e Pittrice

Dopo il Dams a Bologna, dal 1999 ha curato con il Gruppo Pasquino a Roma, una programmazione di film in lingua originale, ottenendo un lusinghiero successo e organizzando con varie ambasciate ed altre istituzioni internazionali in Roma, una serie di festival, rassegne, eventi e convegni. Parallelamente ha curato e cura i costumi e le scenografie in ambito cinematografico e teatrale. Ha fatto parte del Comitato organizzativo del Festival pontino del cortometraggio.

L’Educazione finanziaria

L’Educazione finanziaria

L’Educazione finanziaria come l’Educazione sentimentale, il romanzo di una generazione, quella di chi aveva press’a poco vent’anni nel 1848, la storia di un uomo giovane ideata da Gustave Flaubert per rappresentarla.

Un film come il romanzo della generazione di inizio terzo millennio, in approccio evolutivo per la realizzazione del benessere individuale e sociale, in una forma di equilibrio possibile e compatibilmente sostenibile, etico ed equo, evocando la materia cardine e di maggior riferimento della società contemporanea, che è l’educazione finanziaria

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Conoscere ed occuparsi del proprio denaro deve costituire fin dalla gioventù una componente indispensabile nel bagaglio di competenze per il presente ed il futuro di ognuno; porre le condizioni per cui l’Educazione economica e finanziaria si ponga nella società come cultura necessaria per la costruzione ed il mantenimento del benessere individuale e sociale.

Ciò è realizzabile attraverso un forte messaggio educativo, fondamentale per le giovani generazioni. Si lavora per guadagnare il denaro necessario al proprio benessere e per contribuire al benessere della società, in un’ottica di cittadinanza attiva e partecipativa.

“Qualità della vita” e “benessere” sono concetti relativi: ogni individuo ne elabora un’interpretazione personale in base alle proprie condizioni fisiche, al ruolo sociale, alle caratteristiche psicologiche e allo stile di interazione con l’ambiente.

È pertanto difficile identificare gli indicatori soggettivi del benessere: un individuo valuta il proprio stato di salute, il proprio livello di soddisfazione nell’ambito sociale, lavorativo e personale, i traguardi raggiunti e gli obiettivi futuri in base a parametri che possono differire anche profondamente dalle condizioni oggettive in cui si trova.

E’ indubbio e riconosciuto che a livello personale, una base minima di sicurezza è data anche dal denaro, che indubbiamente costituisce un mattone indispensabile per la costruzione del benessere. Infatti, il soddisfacimento dei bisogni primari, fra cui avere un lavoro che dà un reddito, poter disporre di denaro in serenità, permette al soggetto maggiore libertà di realizzare i propri desideri materiali, avendo accesso a più beni e più servizi. Quindi cercare di costruirsi un percorso di vita in cui la buona gestione del denaro e gli investimenti per sé, per la famiglia e per la società siano “ponderati”, può determinare un incremento della soddisfazione e quindi essere funzionale al benessere.

Come già molto bene detto da Pete Maggi nella mia intervista qui sul sito di Etiquo Film Project pubblicata.

E’ all’evidenza di tutti l’urgenza di restaurare la nostra società e uscire da una finanza sempre più dominante l’economia reale. L’ascensore sociale non funziona più; la corruzione è divenuta sistemica, il lavoro non c’è ed occorre inventarlo.

Già oggi si fanno lavori e professioni che dieci anni fa non si facevano; tra dieci anni si faranno lavori e professioni che oggi non conosciamo. C’è dunque una mutazione che attualmente vive in una cultura per niente ETICA , e disperante il principio di EQUITA’.

Occorre dunque, io credo, rendere nota una cultura di approccio alla finanziabilità di progetti, anche per ciò che attiene a semplici servizi per la Comunità, per la cittadinanza attiva e partecipativa, che sappiano impiegare i proponenti e gli aderenti, su basi di principio etico ed equo. E’ un mondo che si apre, e che offre una luce in fondo a questo interminabile tunnel che stiamo vivendo.

Marzo Vitale

GIANMARCO TOGNAZZI, presidente di Giuria

GIANMARCO TOGNAZZI, presidente di Giuria

Attore
Profondo conoscitore di Cinema. 64 film, 16 serie, miniserie e film TV, il Festival di Sanremo, ma soprattutto tanto Teatro e tanto impegno diffuso e progressivo. Anche tutor in molte Scuole di Cinema e Università, a Cinecittà, alla Act Multimedia, al N.U.C.T. . Dal 2010 conduce La Tognazza amata, brand dell’azienda vitivinicola oggi affermata e internazionalizzata, che il padre, Ugo, cominciò a prefigurare già nel 1969, e nello stesso tempo continua a lavorare molto, in Cinema, in Teatro e in Tv.

Cari amici,

Cari amici,

cari Curiosi, cari Creativi, finalmente ci siamo!
Da oggi apre le proprie porte il Bando di Etiquo Film Project.
Ci tengo a spiegarvi, più che come funziona o che cosa è, il perché ho deciso di intraprendere questo progetto.
Premetto che, nei miei vari anni di esperienza e attività nel settore cinematografico, mi sono reso conto, inizialmente intuendolo poi man mano avendone sempre di più la certezza, che c’è un passaggio fondamentale, direi obbligato, tra la creatività e l’oggettività produttiva, ed è quella mano che il produttore porge, o almeno dovrebbe porgere, all’idea, all’intuizione, al formarsi di un pensiero creativo.
Non voglio entrare nella retorica della polemica sul sistema cinema italiano ma una cosa è certa: il sistema creativo sta vivendo il periodo più complesso, intricato e confuso che possiamo immaginare. Le idee, la creatività, il pensiero libero sono tutti ostacolati dai numerosi limiti che vengono messi da qualunque intermediario ci sia tra il creativo e il pubblico.
Perché il tema “Giovani e Denaro. Etica, equità ed educazione finanziaria”?
Perché, oltre che cercare di stimolarvi a scrivere di qualcosa che non sia già stereotipato o trattato e ritrattato in ogni forma e modo possibile, cercando di instaurare una sfida creativa con il vostro talento, quello che sogno che Etiquo sia per voi, è di un’occasione per aprirsi a degli argomenti e dei concetti che, troppo spesso, vengono snobbati e non considerati importanti ma che abbiamo prove tangibili, giorno dopo giorno, di quanto siano realmente essenziali; l’educazione finanziaria e soprattutto i principi di etica ed equità, come fondamento di un nuovo modo di pensare, agire e considerare il mondo.
La mia speranza sono tanti giovani talenti, da ogni angolo del Bel Paese, che ci inviano la loro sceneggiatura, il loro soggetto, che prendono un tema come quello che abbiamo dato e che non si facciano intimorire, che non abbiano paura, anche se scottati in passato dalla burocrazia, di partecipare a qualcosa di nuovo e che non si lascino scappare l’opportunità.
Questo bando è per voi, voi che credete nella voglia di esprimervi, voi che credete nelle idee, nel cinema, voi che ancora riuscite a essere curiosi, che siete stimolati e non schiacciati dalle sfide che vi vengono poste.
Abbiamo bisogno di voi, non solo noi di Etiquo, ma noi tutti, noi Paese, noi cittadini e spettatori, noi che ancora, sotto sotto, prima di addormentarci, crediamo, e non smetteremo di credere, nella forza delle idee.
In bocca al lupo.

Pete Maggi
Direttore Artistico Etiquo Film Project

Benvenuto sul sito ufficiale di Etiquo Film Project” !!!

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Centinaia di sceneggiature, 80 produzioni, 10 storie selezionate, 1 film di 100 minuti: questi in sintesi, i “numeri” di “Etiquo Film Project”.
FACCIAMO UN FILM INSIEME !
Questo potrebbe essere lo slogan di questo importante ed innovativo Progetto. Dunque iscriviti alla Newsletter per restare sempre informato sulle evoluzioni e sugli sviluppi di “Etiquo Film Project. Se al 30 aprile 2017 non hai ancora compiuto i 36 anni di età, inviaci la tua sceneggiatura ! Parteciperai così al “sogno cinematografico” che tutti noi, insieme, andremo a vivere.
Auguriamo ad ognuno di vivere una creativa ed intensa, vera ed esaltante avventura.

Il Team di Etiquo Film Project

Aguzza l’ingegno

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