La nuova produzione di valore che amplia e civilizza il mercato

La nuova produzione di valore che amplia e civilizza il mercato

Si stanno spontaneamente ridisegnando le organizzazioni dalle fondamenta. I bisogni assumono una natura sempre più personalizzata e sempre meno intermediata dai corpi sociali tradizionali. Gli amministratori pubblici vengono sempre più stimolati all’uso, anche sperimentale, di forme sempre più aperte di impresa sociale, di cittadinanza attiva che dà vita a un ecosistema di risorse utili, promuovendo nuova imprenditorialità diffusa e sostenibile.

Nuovi meccanismi di generazione di valore che tendono a ricombinare sociale ed economico, senza separarlo. Nuovi servizi alla persona, nuova manifattura e nuove tecnologie. Imprese ibride polifunzionali a pluralità di obiettivi. Persone con ruoli sempre più ibridi tra produttore, consumatore e finanziatore. Tecnologie non più solamente supporti, ma parte dell’umano e della sua dimensione relazionale.

La conferma del valore autenticamente sociale di molte imprese ibride viene dai giovani. Servono infatti occhi nuovi per leggere l’innovazione che si manifesta. Una recente ricerca sui giovani negli Stati Uniti (i millennials) evidenzia come sia proprio la pluralità di obiettivi il fine dell’impresa a cui guardano. Così anche in Italia dove i dati delle Camere di commercio dicono che le imprese fondate dagli under 35 veleggiano verso un milione e crescono a ritmi più elevati della media, con un minor tasso di chiusura.

Vi è anche il crescente orientamento della Pubblica Amministrazione a premiare forme organizzative in cui efficienza e dimensionamento si accompagnano a capacità di co-progettualità e co-investimento, facendo leva su meccanismi, tipicamente ibridi, di partnership pubblico-privata. E, ancora, va osservata la forza trasformatrice esercitata da un numero crescente di imprese “for profit” che costruiscono la propria competitività dentro il perimetro del valore condiviso, inteso nella sua valenza comunitaria, coesiva e collaborativa.

Si tratta di qualche centinaio di startup innovative che comunque crescono velocemente e soprattutto poggiano su popolazioni organizzative più ampie, come le oltre 8mila ‘imprese coesive’ censite da fondazione Symbola. Si tratta di piccole e medie imprese for profit attive nei settori di eccellenza del made in Italy (manifatturiero, agroalimentare) che performano meglio in termini di fatturato, occupazione, internazionalizzazione, … perché investono non solo in innovazione tecnologica, ma anche sulla coesione sociale e sulla valorizzazione di risorse ‘di luogo’ (attrattori culturali, competenze diffuse, relazioni con la società civile) rendendole parte integrante della loro catena di produzione del valore.

Piccoli numeri, ma significativi di tendenza, comunque a fronte di un tessuto di 15mila imprese sociali di origine non profit. Il non profit è fatto anche da 6 milioni di volontari, con al loro fianco un milione di lavoratori retribuiti, e vive di contributi pubblici e privati, ma muovendo entrate per 70 miliardi di euro – un po’ di furbastri italioti nel mezzo, ma non è un fascio da fare in tal senso – con il 20% di entrate che avviene attraverso scambi di mercato con famiglie, cittadini, imprese, altre organizzazioni non lucrative.
Infine, il non profit eroga i suoi servizi a soci di associazioni, organizzazioni di volontariato e cooperative sociali, ma con consistenti eccezioni, considerando che sono oltre 20 milioni gli ‘utenti disagiati’ (persone malate, povere, disabili, immigrate, ecc.) che usufruiscono delle loro attività senza alcun vincolo associativo.

Il tema dell’identità emerge non per via statutaria, ma sempre di più per l’impatto che deriva dalla gestione di concrete attività. Questo è indice di un elevato grado di cambiamento, che procede sia per spinte interne sia per effetto di trasformazioni della società, di cui il Terzo settore è parte integrante. Terzo settore identifica quegli enti e quelle imprese che operano e si collocano in settori non riconducibili né al Mercato né allo Stato. Una realtà sociale, economica e culturale in continua evoluzione, che ha trovato nella Legge 106 del 6 giugno 2016 una sua definizione giuridica.

Nella periferia est della smart city milanese, in via Cavriana, si trova una cascina dedicata a Sant’Ambrogio, il patrono di Milano. A gestirla è un’associazione, CasciNet – impresa sociale a responsabilità limitata che, come recita la dichiarazione di missione, si occupa di «studiare, tutelare e valorizzare l’identità storica, artistica e ambientale di Cascina Sant’Ambrogio» – alla quale il Comune di Milano ha firmato un contratto trentennale di affittanza agricola, ovvero a quel gruppo di giovani che negli ultimi tre anni hanno trasformato la Sant’Ambrogio in un “hub” di innovazione che oggi riesce a coinvolgere 1600 persone.

Fin qui nulla di strano, finché non ci si addentra nelle attività dell’associazione. Da lì in poi tutto si fa più ‘ibrido’ ed è proprio da questa ricombinazione di valori che nascono nuove forme di organizzazione di impresa a finalità sociale. CasciNet infatti ha trasformato gli spazi della cascina in «hub multiservizi di innovazione agricola, culturale e sociale» dove si trova uno spazio di coworking, un incubatore di imprese, laboratori di restauro, una foresta commestibile fruita e cogestita, servizi sociali per persone escluse e l’immancabile eventologia cultural-ricreativa milanese. Troppe cose – e pure diverse – per un’associazione che per di più ha siglato l’accordo con il Comune di Milano impegnandosi a «garantire 190.000 euro tra investimenti obbligatori e facoltativi nella manutenzione straordinaria per il recupero della Cascina».

Milano sta diventando un punto di riferimento per l’agricoltura urbana e la riqualificazione dei terreni agricoli: non più periferie lontane e abbandonate, ma nuovi centri di vita cittadina ed occasioni di sviluppo economico e culturale. (Fonte MILANO TODAY)

Sorprendente è la lettura di un testo pubblicato dalla Camera di Commercio Milano, che qui abbiamo cercato di riassumere per infine concludere.

Il cliente/consumatore sta diventando sempre più consapevole del proprio potere nel mercato economico e quindi non è più un fruitore passivo di ciò che il mercato ha scelto per lui, ma è lui stesso che con i suoi bisogni determina la scelta delle aziende e, quindi, del mercato. Il consumatore, oggi, ha il potere di determinare il vero successo di un prodotto, di un’azienda piuttosto che di un’altra. Le esigenze sono cambiate; non è più sufficiente presentare un prodotto semplicemente intervenendo su aspetti puramente esteriori, come una confezione più gradevole, o la possibilità di un premio o, ancora, attraverso una pubblicità più incisiva. Senza dubbio questi fattori hanno ancora una loro valenza, ma devono essere un supporto alla qualità del prodotto stesso, al rapporto qualità/prezzo e al rispetto di una serie di garanzie etiche.

Le garanzie etiche sono, sicuramente, di varia natura e vanno dalla scelta delle materie prime, che devono essere descritte in maniera chiara, fino ad arrivare alle certificazioni di qualità relative al rispetto dell’ambiente ma anche dell’individuo. Quest’ultimo elemento è di grande attualità in quanto si propone di salvaguardare le categorie sociali a rischio, e quindi di salvaguardare i minori e tutti coloro i quali dovessero essere costretti ad accettare ritmi e situazioni lavorative in genere di sfruttamento, per la necessità di sopravvivere. C’è, quindi, una maggiore attenzione al rispetto di valori che riguardano sia l’individuo sia l’ambiente, messo sempre più in difficoltà da polveri e solventi che invadono liberamente l’aria, il mare, i fiumi e il territorio in genere. Il percorso che ha determinato questa situazione non è stato né automatico né semplice. Si va, in ogni modo, verso una nuova organizzazione della vita e del lavoro dell’uomo che, questa volta, si trova a dover affrontare problemi che, ancora oggi, appaiono di non facile soluzione.

Capitalismo, catena di montaggio, disumanizzazione del lavoro, alienazione ne sono un esempio. Tanto è stato scritto su queste problematiche, e tante sono state le soluzioni proposte. Come mai, allora, ancora oggi, in un’epoca in cui si può disporre di una tecnologia all’avanguardia e di tante conoscenze sulla natura dell’uomo e malgrado queste nuove necessità imposte dal mercato, ci troviamo ad affrontare i problemi legati ad una crescita economica e tecnologica così lontana dall’uomo, così lontana dai bisogni non-materiali dell’individuo?

Perché l’economia possa essere il fulcro di un progetto etico, è necessario che si fondi su basi morali. Il mondo degli affari può essere considerato la fabbrica per eccellenza di immoralità, interesse ed egoismo, anche perché non ha ancora assimilato nel modo giusto l’idea di economicità e questo ha determinato il verificarsi di condizioni lavorative al di là dell’umanamente accettabile. La rivoluzione industriale ha aperto questo vaso di Pandora e tutti i mali hanno trovato fertile terreno nelle debolezze dell’uomo. Solo la consapevolezza di un percorso etico può eliminare l’immoralità e il disordine e determinare una crescita non più individuale, ma della comunità, sia essa la famiglia, lo Stato, la grande impresa o la piccola impresa.

Sembra fin troppo banale ma, in realtà, questo è un percorso faticoso e richiede grandi sacrifici da parte di tutti. L’uomo, infatti, non ha in sé il concetto di altruismo, per cui è necessario un grande esercizio che possa avvicinare l’uomo all’uomo, insegnando che rinunciare a qualcosa per il bene del nostro prossimo, può determinare in senso economico una maggiore ricchezza. L’uomo deve imparare a sacrificare parte del suo utile al bene comune, proprio come sosteneva l’idea rousseauniana di condivisione.

Questo concetto o ideale dovrebbe essere applicato anche in economia, soprattutto in un momento in cui la povertà aumenta non solo come povertà del singolo, ma anche come povertà di Paesi detti appunto del Terzo Mondo. Un Terzo Mondo dimenticato e sfruttato nel passato e, per certi aspetti, anche oggi, nonostante le popolazioni guardino all’Occidente civilizzato ed industrializzato come ad una via di salvezza, di fuga da una vita di miseria.

Il pluralismo etnico del nostro secolo non ha subito, come naturale conseguenza, i cambiamenti necessari per porre in equilibrio i nuovi elementi che sono entrati a far parte del panorama economico ed umano. Per troppo tempo si è pensato di sfruttare il lavoro dei più deboli, impoverendoli culturalmente, spiritualmente e arraffando dai loro territori le materie prime necessarie a nutrire una cultura capitalistica ed utilitaristica difficile da debellare.

Così, ciò che dovrebbe essere cristianamente normale, naturale nel rapporto tra gli uomini, e cioè l’aiuto reciproco sia da un punto di vista spirituale che economico, è, al contrario, innaturale; per cui è necessario non solo educare l’uomo a tale condivisione, ma determinare le condizioni che gli permettano di esercitare ciò che ha appreso, giorno per giorno.

Non si chiede, certamente, all’imprenditore di travestirsi da santo o da buon samaritano, semplicemente gli si chiede una grande umanità, senso del rispetto verso il prossimo chiunque esso sia, di guardare a se stesso come parte di un tutto. Bisognerebbe riscoprire il piacere dell’umiltà intesa come porta per far entrare gli altri e per poter condividere le loro idee, imparare qualcosa di nuovo e di utile e insegnare anche qualcosa.

In campo economico, dove tutto è ancora segnato dal tempo, dall’utile, dal profitto, permettere al lavoratore condizioni lavorative migliori, anche da un punto di vista economico, equivarrebbe sicuramente ad una crescita economica per tutte le parti che sono coinvolte in questo difficile meccanismo. In quest’ottica, sarebbe sicuramente utile predisporre dei luoghi e stabilire dei momenti di incontro delle parti per scambiare le diverse idee su uno stesso percorso, oppure per affrontare serenamente problematiche interne all’azienda.

Concludiamo così: Siamo tra noi legati e solo apparentemente divisi; abbiamo il dovere di far comprendere l’umana solidarietà, non come un presupposto mistico, ma come una legge benefica e utile a tutti.
C’è chi sa “cosa”, ma non sa “come”, e c’è chi sa “come”, ma non sa “cosa”; c’è chi “vede” i problemi della nostra civiltà, ma non sa come agire per risolverli praticamente, e c’è chi “agisce ciecamente”, creando e alimentando a sua volta tali problemi.
Viva la libera impresa ed iniziativa, politica e sociale, ma è essenziale ad un generale riassetto e allo sviluppo economico e sociale, che ogni processo e possesso venga certificato, dunque come notificato alla comunità, oltre quanto sino ad oggi viene fatto a proposito.
Internet consente oggi di muovere in un contesto partecipato, tra tutto ciò che concorre alla determinazione di un equilibrio possibile e compatibile, in costanza di progresso.

Marzo Vitale

 

NoProject: i conti non tornano

NoProject: i conti non tornano

“Meno male, così moro guarito”, disse Ettore Petrolini al momento del trapasso mentre il medico riscontrava miglioramenti.

Così nel film Freakonomics, degli stessi registi di “Size me”, già libro di Steven Levitt che ha poi sceneggiato il film, in un viaggio ironico e di divertenti verità sulla crisi, che aiuta a comprendere le dinamiche sociali abbattendo ogni pregiudizio, svelando un nuovo modo di vedere il mondo, esplorando il lato nascosto delle cose, sfatando i luoghi comuni e dimostrando che solo facendo le domande giuste si ricevono le riposte vere.

Ebbene, noi andiamo ancora oltre.

I conti non tornano. Troppe spese e poche entrate. Sembrerebbe che non ci sia nulla da fare. Ma forse, oltre allo spirito di Petrolini, esistono metodi moderni e sofisticati per portare in pareggio il bilancio ed anche trovare le risorse per comprare nuove cose. Un po’ di finanza creativa, diamine !

Anzitutto il bilancio deve dipendere in tutto e per tutto dal soggetto. Ognuno di noi, soggetto, che elabora il bilancio, complemento oggetto, può e deve farlo come gli pare e piace, ovvero avere il potere di sistemare attivi e passivi nel modo migliore e più adatto al proprio estro e cultura, alle proprie esigenze passate e future.

La prima operazione ovvia da fare sembrerebbe essere quella di sapere quali siano le entrate, ma è un errore ed una ingenuità. La formula magica per ribaltare la situazione è la cartolarizzazione.

Occorre anzitutto fare un po’ di pulizia intorno a noi, comprendendo la profonda essenza del principio del liberismo, che è vivere ognuno alle spalle di un altro. Dunque stimare quanto potremo complessivamente guadagnare nei prossimi 10 o 20 anni al netto delle spese complessivamente presunte. Chi non crede alle nostre potenzialità non merita di starci accanto; chi ci crede è invece tenuto ad acquistare, magari con impegno costante a rate, i titoli della nostra esistenza in un complesso di patrimonializzazione di ogni aspetto e fattore della propria persona, titoli peraltro negoziabili e cedibili a terzi, che questa è economia di mercato, mica fregne !

A questo punto occorre fare una distinzione, così come fece a suo tempo il nostro ministro Tremonti, creando due diverse entità: Patrimonio e Infrastrutture.
La Patrimonio serve a capire quanto valgono in realtà la tua famiglia e le tue amicizie più strette, con la massima attenzione, perché un atteggiamento superficiale rischia di occultare incredibili verità. Si pensi al valore di un nonno, di una sorella, di un’amicizia. Ma mica si possono vendere, direte voi. Infatti, come sosteneva Tremonti, nella Patrimonio non si parla di vendere, ma solo di dare una valutazione, tanto per rendersi conto, anche solo in relazione al kit d’organi (cuore, polmoni, rene, fegato, …al mercato dei trapianti clandestini), ad una semplice marchetta o all’eredità del nonno.

Un altro cespite da valorizzare è la vostra intimità. Esistono tante trasmissioni televisive disposte a pagarvi per confessare i più squallidi segreti familiari. In poche abili mosse ci si renderà conto di un valore economico estremamente interessante.

Nella Infrastrutture, invece, si elencheranno tutte le spese utili a garantirvi servizi decenti, come una macchina, un computer, vestiti, …che servono per lavorare, per produrre. Dunque, sempre come diceva Tremonti, toglietele dal bilancio, che uno mica può andare in rosso solo perché ha bisogno di un computer ! Queste spese se ne stanno da un’altra parte, in un posto segreto, come se non ci fossero. Però, direte voi, per comprare il computer devo tirare fuori dei soldi. Bene, avete il valore di vostra sorella nella Patrimonio ! Ma, osserverete, non si era detto che non potevamo venderla ? Sì, ma si era detto parlando della Patrimonio; questa è la Infrastrutture ed i soldi bisogna pure che da qualche parte vengano fuori, no !?

Se poi, non ostante l’approccio innovativo, i conti continuano a non tornare, non è un grosso problema. Prima di tutto elencate le cause: ha piovuto molto ed avete speso una cifra in impermeabili; non avete il culo dello scorso anno e al gioco non avete vinto mai; gli amici sono molto più attenti e non lasciano più incustoditi i portafogli, così via dicendo. Ma poi, di quanto non tornano ‘sti conti ? Perché Tremonti non è stato mica uno scemo, e per i conti dello Stato ha usato il “close to balance”, che significa “quasi”, che i conti mica devono tornare esattamente. Basta che tornino “quasi”, che insomma si veda che ce l’avete messa tutta. Così che, oltre al vantaggio economico, conquisterete un’interessante categoria di pensiero da applicare ai più diversi momenti della vita. Potrete dire, ad esempio, che quella tipa (o tipo) ve la siete “close to fuck”, quasi scopata/o; …ed anche capire come vi sentite: non proprio coglioni, “quasi” !

Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia. (PPP)
…così come in genere sul lavoro e tra le persone, ahimè ! (aggiunto il 21 maggio 2017 alle 22h27)

( Ringrazio, o forse meglio dire me ne scuso con, Paolo Aleandri al quale ho saccheggiato un suo testo scritto per una interessante rivista satirica mai nata, “NoProject: c’è del marcio nella galassia”, che usci soltanto come numero zero distribuito in allegato alla prestigiosa rivista “Internazionale”, senza purtroppo avere avuto seguito, non ostante il successo che ebbe, vista la distribuzione capillare, ben targettizzata, e i positivi riscontri dei lettori allora giunti in redazione )

Marzo Vitale

Il Denaro: suggestioni per una sceneggiatura

Il Denaro: suggestioni per una sceneggiatura

Parliamo di denaro, scindendolo dai concetti di economia, ed anche dall’inafferrabile senso dell’economia domestica.

Un misterioso attacco alla specie è in atto nel mondo per disumanizzare e rendere schiavi gli esseri parlanti direttamente a casa loro. La casa è il luogo dove il denaro scorre incessantemente, dove si trasforma in anima, affine o identico all’anima stessa. Il denaro sostiene la casa e sovraintende anche al letto del malato, perché “la dannazione sostiene”, …avrebbe detto il poeta, incisore e pittore inglese William Blake (nell’immagine di chiusura)

Già durante il secolo XIX il taumaturgo denaro si è impadronito del mondo, dirige e domina l’orchestra. Ma chi avrebbe mai immaginato il bancomat e le slot machine, i pagamenti con la Carta  e gli acquisti via internet nelle video botteghe; le Borse del mondo gonfiate coi titoli del virtuale e la malavita che, dopo secoli di buon artigianato del coltello, plana su tutti gli affari e manovra le leve finanziarie !?

Tutto dentro casa, perché è la casa e non la banca il luogo del denaro e dell’attentato alla specie.

Anche le tasse le paghi da casa e per la casa. Con i chip sotto pelle, prigionia e schiavitù saranno compiute, in una detenzione civile, agli arresti domiciliari dei fortunati e privilegiati che non dovranno sopportare il di già disumanizzante sovraffollamento delle carceri.

Dov’è più l’avaro, l’accumulatore di denaro fermo che faceva sghignazzare i satirici? Dagli archetipi è sparito pure lo scialacquatore di patrimoni. Nell’immaginario che crea il reale è subentrata la figura centrale del Consumatore. In lui e per lui il denaro diarroico procura e disperde immense quantità di beni diarroici. Il consumatore consuma mondo in cambio di nulla: una trottola folle in una foresta stregata di indebitamento indotto.

Il consumatore viene incessantemente consumato dai beni che consuma e lo sbiancarsi del suo sangue è schedato da chi glieli imbocca. La pubblicità che per ogni prodotto lo vuole arrapato come una cagna, non lo abbandona un momento. E tutti i consumatori girano insieme nella rotonda, come i prigionieri di Newgate nell’incisione di Doré (immagine di apertura), che pure ha ispirato Van Gogh ne’ “La ronda dei carcerati”

Dove non ha distrazioni militari, ogni politica economica si concentra nella produzione in serie di consumatori, i quali disponendo di cyberdenaro perdano ogni autocontrollo. E sui limiti travolti li aspetta il nemico occulto , che non muove il profitto per profittarne, che dell’utile e degli utili se ne infischia, che non ha fame di denaro ma di libertà umana, di abbagliata anima umana.

La questione è difficile e ogni generico moralismo anticonsumistico brancica nella facilità.

E’ ridicolo condannare il profitto quando ne resta al buio l’essenza.

“E’ un luogo comune dire che il profitto teme e cerca di sgominare le povertà, le sacche di penuria, le depressioni, gli effetti bellici e ogni resistenza alle occasioni offerte perché ne frenerebbero l’insaziabilità. Tutti i mercati sono pallidi spettri per un rosso occhio che mira al battito interno, al ventre della mente”. (Guido Ceronetti)

Una trappola è stata credere migliore l’azione del denaro a partire dal 1950, quando ha fatto girare le pale del rivolgimento sociale, suscitando su scala immensa i più cattivanti benefici che ancora estende.

“Vedere il profilo di un’ombra mostruosa dietro e in ogni metamorfosi di questa potenza incontrollabile è un lume crudele, ma libera da molto tormento inutile”. (GC)

Questa suggestiva analisi, in un tempo di spesa forse magra, di consumi che comunque attanagliano e di indefinito suspense bancario … offro come un collirio.

Marzo Vitale

 

 

L’economia criminale

L’economia criminale

Impenetrabile ed in costante e quasi esponenziale progresso, l’economia criminale è già da tempo diventata il motore dell’espansione capitalista, favorendo l’esplosione di un mercato finanziario fuori legge, foraggiato dagli ingenti profitti della grande criminalità, che circola senza controllo da un capo all’altro del mondo.

Denaro sporco riciclato che prospera nella crisi di sistema e si abbandona impunito al saccheggio della cosa pubblica. Governi, mafie e società transnazionali sono come soci in affari a causa dei percorsi obbligati degli intrecci della grande finanza e della necessità di creazione dei fondi neri per le indicibili operazioni di scacchiere internazionale.

Un vecchio film americano, del quale non ricordo il titolo, ma trasmesso in TV in una recente scorsa notte, prefigurava il 7-8 % delle somme del narcotraffico a favore della CIA, che evidentemente garantiva il canale di penetrazione e distribuzione delle droghe, al fine di dotarsi di cospicui fondi neri necessari alle sue operazioni di intervento sugli scenari segreti della guerra internazionale.

Noi non possiamo certo affermare questo, ma ciò ci dà l’idea di quali e quante storie si possano raccontare su questo filone dell’economia criminale.

Una cosa però la possiamo affermare. Da troppo tempo il proibizionismo sta generando un’economia sotterranea della droga che funziona in perfetta simbiosi con il circuito economico legale, al punto da poter dire, senza tema di smentita, che il proibizionismo è un crimine contro l’umanità.

Alla “tolleranza zero”, raccomandata un po’ ovunque contro la piccola delinquenza del precariato e della disoccupazione, fa da contraltare la “repressione zero” contro la grande criminalità finanziaria, che se i governi veramente ne avessero l’intenzione, potrebbero metterla in condizione di non nuocere nello spazio di una sola giornata.

Operazioni di facciata, di tanto in tanto lanciate contro i paradisi bancari e fiscali in piena espansione, per gettare fumo negli occhi e dare l’illusione che li si sta combattendo, anche sistematicamente messe in luce dagli “scandali” che incidentalmente coinvolgono, in un paese o in un altro, un’impresa o una banca, un dirigente o un partito politico, un cartello o una mafia.

Una massa di transazioni delittuose viene fatta passare per disfunzione accidentale dell’economia e della democrazia liberale, come un qualcosa che in ogni caso una buona azione di governo è sempre in grado di riassorbire, come qualcosa di fisiologico, una sorta di prezzo da pagare per garantire libertà e democrazia – ohibò – come se la realtà non fosse un sistema coerente legato all’espansione del capitalismo moderno, basato sul sodalizio fra governi, imprese transnazionali e mafie, dove gli affari sono affari e la criminalità finanziaria altro non è che un mercato dove vige la legge della domanda e dell’offerta.

Business as usual. Le grandi organizzazioni criminali devono necessariamente avvalersi della complicità degli ambienti affaristici e del “laissez faire” del potere politico per poter far fruttare, mediante il riciclaggio, gli eccezionali profitti della loro attività.

Non è questo il contenitore dove si può sviluppare un tema di questa natura e portata, ma potrà forse essere utile dire che in Italia l’economia criminale viene stimata oltre il 10% del Prodotto Interno Lordo, che ammonta a 1.700 miliardi di euro, con un debito pubblico di 2.400 miliardi di euro.

Questo tema, qui genericamente trattato, implica tutta una serie di risvolti che per la loro attualità sarebbe molto interessante sviluppare all’interno di una sceneggiatura, anche solo raccontando una comune storia di persone coinvolte a margine di questo fenomeno.

Marzo Vitale

Gli Sbandati: Giovani e Lavoro.

Gli Sbandati: Giovani e Lavoro.

È la questione giovanile di sempre, almeno da 30 anni a questa parte, ovvero le medesime problematiche di un 30enne di oggi e di un 30enne di allora.

Non si sa cosa si farà nella vita e non si può nemmeno far finta di essere uno studente.

Nei dieci anni passati s’è già fatto di tutto, il fotografo, il pubblicitario, il grafico, il pittore, il restauratore, l’esperto di web marketing e comunicazione, cucinare o allevare polli, una partita IVA, …senza che nessuno abbia mai versato un euro di contributi assistenziali.

La perenne precarietà, di ciò che sino a 35/36 anni – ma anche oltre, e oltre i 40 anni – veniva vantata come modello di vita.

Non aver niente da fare, prima dava come un senso di libertà, poi finisce a riempire d’angoscia e di sensi di colpa: “Resto a casa e immagino tutti i modi possibili per non sprecare tempo; dunque leggo, al PC sempre più, ma non sono sereno. Il tempo libero serve a coltivare i propri interessi, ma io ormai mi sono coltivato abbastanza, sino a sentirmi fottuto, comunque al meglio io riesca a guadagnare da vivere”.

Un pezzo consistente di generazione, quello tra i 25 e i 35 anni, che la società difficilmente riesce ad assorbire, e che a sua volta malvolentieri si lascia integrare; fenomeno che si ripete già da quattro o cinque consecutivi decenni. Gente che da troppo tempo, per scelta o per forza, pascola ai margini del mercato del lavoro: ci entra, viene rigettata oppure fugge, torna indietro, vivendo sempre più disperatamente. Oggi la disoccupazione giovanile è una piaga aperta e alle porte del mercato del lavoro c’è gente in fila da decenni.

Oggi come allora: sbandati, precari, non garantiti e nomadi del lavoro. I senza lavoro fisso che sperimentano l’arte di arrangiarsi, pur se ai sensi della Statistica ufficiale un impiego lo si è avuto.

C’è un gran salto generazionale a solo guardare i progressi tecnologici, addirittura la rivoluzione tecnologica, e se ciò spiega l’ovvia tendenza a cambiare lavoro dei genitori, nulla si dice del destino degli “sbandati”, salvo la tendenza conclamata negli ultimi decenni al passaggio dal lavoro dipendente al lavoro autonomo.

Per i giovani e non più giovani, non esistono più sbocchi professionali automatici, ma esistono tanti piccoli pezzetti di sbocco che richiedono una gestione individuale e creativa. Grosso modo, più ti specializzi e più trovi lavoro, ma per sistemarti occorre saper giostrare in una gamma vastissima di iniziative di piccola imprenditorialità. E allora, per gli “sbandati”, la pressoché unica possibilità di entrare nel mercato del lavoro è quella di inserirsi nei nuovi vasti spazi della piccola imprenditorialità creativa, pur non ostante le grandi barriere materiali della mancanza di orientamento e di governo dell’economia, della tassazione iniqua per chi il lavoro deve inventarlo da sé, dunque le barriere psicologiche che ne conseguono, come la pigrizia e la comodità di non uscire da casa, restando appesi ad un PC, al di là di quelle che sono le oggettive difficoltà di lavoro e di abitazione, ma si aggiunga pure la perplessità ad integrarsi, la diffida della logica del sacrificio e guardare in modo sempre più problematico alla vita.

Oggi, alla ricerca dell’autonomia, devi farti un “mazzo così”, calcolare tanti anni di privazioni, rispetto alle proprie idee e bisogni, oltretutto correndo il rischio di un futuro che non esiste.

Ti senti pesare addosso dei problemi giganteschi e quasi nulla aiuta a vincere le ritrosie psicologiche.

Ed allora, ecco la questione giovanile : L’intera società modella a misura del giovane il modo di vestire, di amare, di fare spettacolo. La giovinezza è divenuta un nuovo stile di vita stabile, un modello cui anche chi ha superato l’età della giovinezza può riferirsi per vivere con minore angoscia la situazione di incertezza, pur nella moltiplicazione delle chances e opportunità che sembrano introdursi nella vita dell’individuo.

Di fronte agli “sbandati”, a questa sorta di nuovi bohémiens senza illusioni, sorge tuttavia il legittimo dubbio che questa “condizione giovanile” che monta al ritmo di centinaia di migliaia di nuovi disoccupati cronici all’anno, permanentemente in bilico tra rivolta e frustrazione, sta diventando la faccia più ambigua della disperazione.

Il terrore di essere patetici è forse lo stato d’animo più diffuso in queste isole generazionali, che sembrano come non avere più nulla in comune tra di loro; quello che un tempo univa ora divide e il simile è visto come banale e irritante.

“Mi disprezzo ma non mi piego”, si è visto forse mai tanto masochismo e disprezzo per se stessi. Ogni insulto, cinematografico o giornalistico, viene accolto con serio compiacimento. Eppure la disoccupazione, il problema di sempre degli alloggi, lo sperpero d’intelligenza, non sono problemi marginali o banali. Una sorta di rigidità estetica offusca un dato sociologico allarmante, degno al massimo di un paio di commedie brillanti.

Il problema dei giovani ? Grazie al cielo non c’è più: stanno tutti diventando vecchi !

Marzo Vitale

Il tempo del lavoro imprigiona il tempo della vita: Time out !

Il tempo del lavoro imprigiona il tempo della vita: Time out !

Diciassette anni fa, un film francese sulle 35 ore di lavoro settimanale, “Risorse umane”, ci mostrava cosa potesse accadere al mutare dei ritmi di produzione pro individuo e affrontava il tema della riduzione d’orario e dei conflitti in fabbrica e fuori.

Il lavoro o la sua assenza, è il problema con cui le persone sono costrette a fare i conti.

Le trasformazioni del lavoro, il lavoro che cambia, il lavoro subito, abbandonato dalla politica e dalla cultura è un dramma di individui cui viene negata un’entità collettiva… o ne viene colta solo una parte particolare, come nel film di Laurent Cantet “Risorse Umane”.

Il titolo coglie già una rivoluzione semantica importante: le persone, il loro lavoro, sono “risorse” dell’impresa, voci di bilancio aziendale, in cui viene lasciata solo la falsa dignità di un termine – risorse – che altro non è che l’uso speculativo di sempre dell’attività di donne e uomini.

 

Il film prende spunto dalla vertenza per l’applicazione della legge francese di allora, sulle 35 ore settimanali di lavoro. L’impresa non accetta l’imposizione della politica e propone una gestione aziendale della riduzione dell’orario di lavoro, rovesciando la logica ‘di più tempo libero per chi un lavoro ce l’ha, e di nuove occasioni per chi il lavoro non ce l’ha’, per ridurre il personale e renderlo più flessibile, perché così vogliono le nuove leggi del mercato.

Inconsapevole agente di quel rovesciamento è un giovane laureato, figlio di un operaio della fabbrica, che è convinto di poter conciliare gli interessi di capitale e lavoro attraverso una gestione intelligente e concordata tra le parti; una concertazione alla francese.

E, invece, scopre che i suoi sforzi servono ad aiutare la prossima ristrutturazione di quella fabbrica, la prossima ed ennesima riduzione del personale; nuovi licenziamenti tra i quali finisce anche suo padre che ha fatto di quel lavoro l’identità della propria vita e lo strumento per l’emancipazione sociale di suo figlio.

Il film culmina nello scontro padre/figlio, in un nuovo rovesciamento, con il padre che continua a lavorare durante lo sciopero e il figlio che, abbandonate le illusioni concertative e passato dall’altra parte, lo tratta da crumiro e gli sbatte in faccia la frase chiave del film: “Mi hai cresciuto nella vergogna della mia classe”.

Il padre poi abbandona la macchina di cui sembra innamorato quando dice orgoglioso: “Ad essere bravi, si riescono a fare anche 700 pezzi all’ora” e si aggrega allo sciopero che blocca la produzione; ma non è così, perché il film si chiude con una nuova divisione, quella del giovane protagonista che se ne torna ai suoi studi a Parigi, e all’amico operaio che gli fa gli auguri perché torna “al suo posto”, gli chiede: “e tu ce l’hai un posto ?”
Già, qual è il posto di lavoro nel mondo della globalizzazione e del liberismo selvaggio?
Un non-luogo frantumato in mille posti, in mille attività, in mille anfratti in cui ognuno è solo e deve arrangiarsi, correndo continuamente, considerandosi sempre a disposizione di un’entità astratta, immateriale ed invisibile, che gli può offrire un’occasione.

Se il lavoro non è più un diritto, ma solo un’opportunità, si perde il senso collettivo e diventa solo una gara per la sopravvivenza: il capitale può spostarsi ovunque, fare ciò che vuole, gestire il tempo degli uomini sul ritmo dei listini di borsa.

Il lavoro si è trasformato nei “lavori”; i suoi “corpi” sono terribilmente vincolati al territorio e non hanno più alcun potere; il suo tempo è instabile e deve adeguarsi ai ritmi di chi concede un lavoro.

La giornata lavorativa non ha più confini, la notte è come il giorno, la domenica è un giorno qualsiasi, la propria casa è come la fabbrica o l’ufficio.

Senza ‘potere’ sul proprio lavoro, senza più vincoli per il capitale, persino una legge che dovrebbe aumentare la libertà del tempo e incrementare l’occupazione, diventa uno strumento in mano alle imprese per produrre il suo contrario.
Il governo francese di allora, di Jospin, aveva varato la legge sulle 35 ore, andando controcorrente; ma una legge da sola non poteva nulla di fronte all’onda delle leggi della globalizzazione.

Senza un’identità e la rappresentanza degli interessi di parte, chi lavora non può fronteggiare la forza di un capitale che non ha più alcun interesse a simulare un ruolo sociale di progresso collettivo.

Non c’è più l’antica convinzione di una generazione sicura che quella successiva vivrà meglio, ma la speranza che attraverso gli sforzi personali qualcuno ce la possa fare.
Per questo chi vive di lavoro subordinato – in tutte le sue forme, quelle tradizionali e quelle nuove della falsa indipendenza – non ha più un posto preciso, ma vive sospeso nel vuoto della galassia dell’economia globale… alla ricerca appena iniziata dei propri simili.

Marzo Vitale

Il gioco dell’incertezza

Il gioco dell’incertezza

Viviamo un tempo di “fragilità creativa” ed il virtuale ci nega ogni identità, dice il filosofo francese Jean Baudrillard.

In una intervista, Enrico Baj domanda al filosofo francese: “Nel tuo ultimo libro ribadisci il concetto che questa società aleatoria e dissipatoria è dominata dal principio di incertezza. Ma si tratterebbe di una incertezza creativa, quindi positiva.

Baudrillard risponde: “Vi è una situazione instabile che può essere sfruttata, non dico in termini positivi, non amando io questo aggettivo, ma per fini poetici, singolari. Voglio dire che la stessa situazione, l’incertezza, può essere angosciante, ma può anche essere esaltante, a condizione di farne un gioco e di fare quindi del principio di incertezza una regola, la regola del gioco. Non si tratta necessariamente di gioco ludico, né tanto meno di videogiochi. Alludo piuttosto a un principio di gioco arbitrario, pur tuttavia disciplinato da una regola, quindi arbitrario, ma non aleatorio. Il gioco degli scacchi, i giochi di denaro, possono anche essere arbitrari e aleatori, eppure contengono anche la regola. Una regola dico, non una legge”.

Io vorrei qui suggerire un gioco che aiuta a scaldare “i motori” dello sceneggiatore e filmmaker. Proviamo dunque così:
– Si stabilisce una parola di partenza, “Etiquo” nel nostro caso, e si fanno derivare cinque altre parole tra quelle che nell’immediatezza ci giungono in mente, senza pensarci.
Ad esempio, da “Etiquo” possono sorgere, anche impropriamente, parole come “soldi”, giustizia”, “legalità”, “sociale”, “film”. Così, analogamente, da ognuna delle cinque nuove parole farne derivare ancora due per ognuna di queste.

Ed allora, ad esempio, da “soldi” penso, dico e scrivo “tecnologia” e “soggetto”; da “giustizia” mi viene “Legge” e “trasgressione”; da “legalità” mi spuntano di getto in mente “percorso” e “tangente”; da “sociale” chissà mai perché mi viene “bisogno” e “collettivo”; infine da “film” viene “progetto” e “finanza”.

Avremo così 16 parole che riassumeremo: Etiquo, soldi, giustizia, legalità, sociale, film, tecnologia, soggetto, legge, trasgressione, percorso, tangente, bisogno, collettivo, progetto, finanza.

A questo punto dobbiamo scrivere una storia, una frase che rincorra un senso, usando esclusivamente le 16 parole con l’aiuto esclusivo di articoli, congiunzioni, punteggiatura ed al massimo “è” o “ha” o “non” o “ma”.

Proviamo:
– La tecnologia non ha bisogno di un soggetto e progetto sociale e collettivo, ma di un percorso tangente di legge, soldi e finanza. “Etiquo film” è trasgressione, ma non di giustizia e legalità.

Ecco, anche se potrebbe sembrare come preparato ad hoc, giuro a tutti coloro che mi leggono che l’ho scritto come m’è venuto al momento, ed anzi ora provo pure a dare un altro senso con le stesse parole:
– Un film è un percorso di trasgressione, un progetto collettivo e socialeetiquo”, tangente la legge, i soldi e la finanza, che ha bisogno di soggetto e tecnologia, giustizia e legalità.

Assicuro che si tratta di un esercizio di creatività, spesso necessario per trovare lo spunto adatto.

È necessario cambiare, vivere in misura che ci trasforma, per essere creativi.

Friedrich Nietzsche diceva degli individui moderni “Quelli cambiano, cambiano continuamente, ma non diventano mai niente”. Questo cambiare senza divenire è il mondo del virtuale. È la possibilità di adottare tutte le forme che è specifica di un certo lavoro sul computer e che costituisce una sorta di morfismo. E il morfismo in questo continuo cambiamento formale è esattamente il contrario del concetto di metamorfosi.

Un altro simpatico esercizio è quello di fare – con un gruppo di amici, magari in una festa, perché è molto divertente per gli sviluppi che assume – una sorta di racconta una storia breve e riportala.

Ed allora: supponiamo di stare con una decina di amici; uno si assume il compito di raccontare la storia ad uno solo di questi, mentre gli altri stanno fuori dalla porta di una stanza e non sentono.

Ad esempio si racconta di un tizio che afferma che l’arte contemporanea è un complotto dove il nulla è solo un bluff, e le gallerie e i collezionisti speculano sul senso di colpa del pubblico; ma potrebbe pure essere il racconto di Maria, romana di Trastevere, che è andata in campagna a vendemmiare ed ha portato con sé i libri di Matemagica e Matemitica, dicendo a tutti quelli che incontrava “te levi o t’elevi”, …insomma, per dire di qualsiasi assurdo, ma anche un fatto di cronaca vera va bene come qualsiasi altra storia.

A questo punto chi ha ascoltato la storia la deve raccontare ad uno degli amici che si fa entrare, e così quest’ultimo farà con il successivo, che a sua volta … …fino a quando l’ultimo che entra racconterà a tutti la storia che ha udito raccontare.

Già il terzo o quarto racconterà una storia stravolta, mentre l’ultimo si troverà a raccontare una storia del tutto differente da quella originale. Ci saranno occasioni ilari e divertenti; in taluni racconti vi si troverà lo spunto creativo, ma soprattutto questo gioco avrà insegnato a diffidare dei racconti riportati e per sentito dire.

Chiudo ricordando che è la televisione che ci guarda, è il libro che ci legge, ed è l’immagine che ci osserva. Su questa base io vorrei che ognuno di VOI si facesse Cinema, e con questo linguaggio riuscisse a raccontare il flusso generazionale di inizio del terzo millennio; ma soprattutto voglio concludere come ho iniziato con Jean Baudrillard:

– “La scrittura automatica virtuale, nei termini delle nuove tecnologie virtuali e informatiche, significa la tentazione di produrre un mondo che si svolge da solo. A questo punto è la tecnologia che marcia da sola, è la scrittura automatica della tecnica che marcia senza soggetto. È quello che avviene nel virtuale: non c’è più soggetto, è il calcolo che funziona da solo, è il numero, è la sintesi logico-matematica, è un’autoproduzione di un sistema che gira su stesso in modo tautologico”.

Di Marzo Vitale

I nostri partner – Smart Web Agency

I nostri partner – Smart Web Agency

Smart Web Agency è una realtà nata per semplificare ed ottimizzare le soluzioni di comunicazione sul Web, secondo il principio di equilibrio a costi sostenibili, a partire da assunti quali la costanza delle azioni di comunicazione e l’importanza delle “giuste” parole che fanno la differenza, così capace di produrre contenuto e identità della fonte proponente i contenuti stessi, visione e missione chiara ed univoca, integrazione e coordinamento funzionale all’efficacia della comunicazione che prende forma in coerenza nel tempo.

Smart Web Agency – oltre a curare relazioni con un proprio network di selezionate competenze, attraverso il quale è in grado di ricercare le soluzioni più adatte ad ogni esigenza, secondo il principio di obiettivi Specifici, Misurabili, Accessibili, Realistici, Temporalizzabili – ha un’importante propria Divisione interamente dedicata al “Fare Cinema”, con servizi di post-produzione, doppiaggio, montaggio e suono dedicati al grande schermo, e dunque al web: la Smart Pictures.

Proprio questa caratteristica è ciò che fa della Smart Web Agency un CUORE pulsante di Comunicazione e soluzioni, Ufficio Stampa e un’officina d’idee, suggerimenti e brainstorming di rete, Orientamento strategico ed autodeterminazione, Relazioni e selezioni di qualità, Etica, cultura, arte, analisi e ricerca per lo sviluppo.

Federica Folli e Nico Maggi

 

 

 

 

 

 

Giovani e denaro

Giovani e denaro

Parliamo dunque di giovani e di denaro prestando particolare attenzione alla fascia di età tra i 18 e i 35 anni, che è l’età che consente di partecipare ad Etiquo Film Project.

“Di tutto conosciamo il prezzo, di niente il valore”, scriveva Friedrich Nietzsche.
Di certo occorre difendere la propria identità, sia come individui che come gruppi, in un tempo in cui non esiste una piramide sociale e men che meno l’ascensore sociale.

Un tempo si parlava di rapporti di classe, di organizzazione del lavoro, di democrazia e socialismo, di “welfare state”, di modernizzazione o integrazione delle regioni sottosviluppate. Ma oggi questa animazione di dibattito su etica, equità e contratto sociale è come sparita, e semmai si parla di ecologia, di inquinamento, di accelerazione entropica, di carestia, di religioni, di nazionalismi, di tecnologia, di concentrazione finanziaria e di mercato globale; temi questi che non sono “sociali”, cioè non definiscono una categoria sociale in rapporto con le altre all’interno di un sistema.

Il tessuto sociale si è lacerato. Ci sono realtà planetarie, più naturali che sociali; identità culturali che irrompono caotiche nella idealità di scena esistenziale di ognuno. Da una parte il mondo, dall’altra l’Io, ma tra i due non c’è più nulla; al più domandiamo il rispetto delle nostre libertà, che ci lascino in pace, ma non più domandiamo la costruzione di una società giusta.

E’ scoppiata la società: il mercato, il sistema politico, le identità culturali, l’ambiente.. galassie che si allontanano a grande velocità l’una dall’altra. Questa crescente dissociazione rende improbabile ogni intesa che superi l’accordo contingente legato al giorno per giorno, e ci condanna a vivere del quotidiano senza poterci elevare a progetto durevole e sensato, per se stessi e per la comunità.

Si tratta di una crisi temporale che sfocerà in una ricomposizione e riproposizione di un nuovo contratto sociale, di un’immagine della società o, al contrario, siamo trascinati in modo irreversibile nell’era del post-sociale, nella  esternalizzazione dei problemi sociali ?

In Italia i giovani hanno praticamente “sul loro groppone” l’intero debito pubblico nazionale di 2400 miliardi di euro, che costa varianti di decine e decine di miliardi di euro l’anno di interessi; ciò significa che ognuno è gravato di un debito di quasi 200 mila euro.

La questione giovanile, soprattutto sul fronte del lavoro e su quello del “disagio”, anche in considerazione dei riflessi sociali della difficile situazione economica che il Paese – ma anche l’Europa, insieme a gran parte del mondo evoluto – sta attraversando.

La generazione che ha vissuto per intero la seconda metà del XX secolo, o meglio un largo manipolo di mariuoli profittatori, ha omesso di curare il futuro delle generazioni successive, e non solo, ma le ha pure sovraccaricate oltremodo.

Giovani in attesa, l’attesa, principalmente, di una sistemazione lavorativa ritenuta confacente alle proprie aspettative ed al proprio stile di vita …con quello che ne consegue circa i rischi di decadimento delle reti di sostegno e le reali potenzialità occupazionali e di sviluppo nell’ambito della legalità.

In questo quadro è come inutile soffermarsi sulle devianze del rapporto dei giovani con il denaro, che sono tante e necessiterebbero di un trattato, ma certo l’educazione finanziaria sembra davvero essere il cardine dirimente, rivoluzionante di quello che oggi è un cancro e blocco di sistema, di regime: l’educazione e formazione finanziaria è un Diritto alla Conoscenza, tanto più in questo quadro di devastazione, etica, civica e morale, affinché siano date le chance per poter essere tutti “in”, piuttosto che tutti “out”.

Egoismo e intolleranza progressiva è ciò che rischiamo senza una critica dei rapporti sociali, politici ed economici, ed occorre anche stare attenti che le nostre idee non siano in ritardo sul mondo che ci circonda.

Certamente non è più tempo di abbandonarsi a vaghe malinconie e di cercare rifugio contro i problemi sociali, fuori dalla società. Sarebbe molto pericoloso credere che i nuovi attori sociali assomiglieranno ai vecchi, che tutto si ripete e resta uguale. Oggi i problemi più importanti sono quelli relativi all’identità, personale e collettiva, e alla natura, e ciò perché si sono costituiti dei sistemi di produzione e di potere che, molto più direttamente di prima, mettono in causa le identità da una parte, gli equilibri naturali dall’altra.

Cogliere l’intuizione o essere colti dal pathos. La sfera dell’arte conferma l’ipotesi del mondo come espressione che si pone accanto a quella naturale, ma nel contesto della vita è occasione di rappresentazione e di rievocazione da parte degli spettatori e fruitori.

Questo vuole essere Etiquo Film Project e il tema “I giovani e il denaro: Etica, equità ed educazione finanziaria” da esprimere in una forma sicuramente artistica quale è il Cinema, in suggestioni che nemmeno lontanamente possono essere suggerite da un’articolata disamina sociologica ed economica di uno stato delle cose che è di già da tempo andato oltre, ma ancora ci richiama.

Quando mi è stato chiesto di scrivere un pezzo sul tema “I giovani e il denaro”, il rischio che correvo era quello di trattare banalmente l’argomento e di restare in superficie tra schemi, statistiche e indagini d’implicazione psicosociale, se non anche di evidenziare vizi e degenerazioni disperanti la qualità dell’esser giovani. È per questo che ho voluto trattare l’argomento a partire da una ragione delle cose più ampia e nello stesso tempo più profonda.

Son giunto sin qui e mi sembra di aver fatto solo premesse; ma forse lo scopo primo di questo mio scrivere è stato e vuole essere solo quello di stimolo, e se solo un passaggio di questo testo sarà stato di stimolo, anche ad uno solo di Voi che leggete ed avete in animo di partecipare con un Vostro script ad Etiquo Film Project, ebbene questo è ciò che ho inteso comunicare; tanto più che mi ci son trovato, perché quando ho scritto il titolo di questo mio pezzo, non sapevo dove sarei finito, anche perché osservo questo tempo come se non ci fosse più differenza tra un giovane di 20anni ed un giovane anziano di 60anni, come se fossimo tutti delle eterne promesse, eterni ragazzi, eterni mortali.

Buon Lavoro a tutti!

Marzo Vitale

 

 

 

I giurati – Caterina Nardi e Claudia Vaccaro

I giurati – Caterina Nardi e Claudia Vaccaro

CATERINA NARDI
Produttrice – Costumista – Scenografa

Dal 1995 abbraccia nei vari aspetti il Cinema. Nel 1996 fonda con Leonardo Giuliano il Gruppo Pasquino, società cinematografica di produzione, distribuzione ed esercizio. Da 15 anni ha scelto gli ambiti più creativi della produzione, operando come costumista e scenografa in molteplici opere cinematografiche, tra le quali “Il più migliore al mondo” del 2001, regia di Aurelio Grimaldi, che traccia un quadro amaro e sconcertante dell’era berlusconiana; “Cecenia” del 2004, regia di Leonardo Giuliano, con Gianmarco Tognazzi che interpreta magistralmente le vicende del reporter di guerra Antonio Russo; “My Italy”, regia di Bruno Colella, film in uscita nelle Sale, che racconta in 4 episodi i ritratti di altrettanti Artisti dell’Arte contemporanea.

CLAUDIA VACCARO
Scenografa e Costumista – Decoratrice pittorica e Pittrice

Dopo il Dams a Bologna, dal 1999 ha curato con il Gruppo Pasquino a Roma, una programmazione di film in lingua originale, ottenendo un lusinghiero successo e organizzando con varie ambasciate ed altre istituzioni internazionali in Roma, una serie di festival, rassegne, eventi e convegni. Parallelamente ha curato e cura i costumi e le scenografie in ambito cinematografico e teatrale. Ha fatto parte del Comitato organizzativo del Festival pontino del cortometraggio.